Le palpebre, candide e lisce, prodigiosamente ancora impigliate all’infanzia

Vorrei iniziare a scrivere sul blog con la recensione di un capolavoro della letteratura contemporanea: Chirù, di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi nel 2015. Il testo è già apparso su Goodreads e su anobii, ma mi va di autocelebrarmi, per cui: rieccolo.

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Chirù che pensa se lo sapevo col piffero che facevo il protagonista di un romanzo.

Innumerevoli concetti si fanuccano raminghi nel mio io dopo una tale cordellata solitaria, e perciò stesso degna di attenzione, di acclusivi concetti editieri di sconfinata sentimentalizzazione reciproca.
Ahn?
Boh!
È che dopo aver letto tutto d’un fiato l’ultima fatica letteraria di Michela Murgia mi sento un genio della letteratura anche io – che vi credete? – e le parole difficili già esistenti per me non sono sufficienti, per cui ne invento di più difficili.

Com’è Chirù, allora? A caldo, e tuttavia dopo meditata riflessione, verrebbe da articolare un giudizio complesso, tale per cui possa essere espletato in apposita tazza di ceramica all’uopo progettata con riferimenti a comportamenti sopra le righe che talvolta esulano la normalità. ‘rca miseria, Michela Murgia mi ha contagiato e non riesco più a dire cagata pazzesca senza contorcermi con l’italiano. Si tenga tuttavia presente che tale definizione non vuole essere assolutamente lesiva dell’opera di genio della nostra scrittrice preferita, trattandosi solo e indubbiamente di citazione, alla quale rimando.

Ma vediamo di argomentare. Chirù è la storia di una signora che si chiama Eleonora che fa l’attrice di teatro e a tempo perso alleva ragazzini. Cioè, fa la maestra. Anzi, no, ha i protégés. Ne avete mai visto o conosciuta una, voi? Io no, ma non sono uomo di mondo. Le maestre (di vita, non di scuola) di quarant’anni che andavano con i ragazzini, al mio paese, non facevano le attrici di teatro e le chiamavamo in altra maniera. Manco sapevano dov’era, il teatro. Altre cose sì, le sapevano, ma il teatro proprio no. Comunque, ‘sta Eleonora qua non va troppo d’accordo con il fratello, che a lui gli hanno comprato la pistola ad acqua e a lei il carretto per i gelati no, quand’era piccola; nemmeno con il padre va d’accordo; con la madre un po’ di più, ma poi alla madre le viene un tumore e non vuole che lei le porti le uova di oca che sono più grandi di quelle di gallina. Non c’entra niente, però Michela Murgia ci si concentra su questo punto e io nel dubbio che sia importante ve lo riferisco. Soprattutto la storia che al fratello hanno comprato il giocattolo e a lei no. C’è sicuro un significato recondito, ma al momento mi sfugge, nella pistola ad acqua a lui e a lei il carretto no. Ogni tanto l’attrice Eleonora di teatro adocchia un ragazzino, o ne è adocchiata, e decide di istruirlo al mondo, alla vita, ai sentimenti. Boh. Devono essere delle cose che succedono a Cagliari: qualcuno che c’è stato può confermarmelo? Insomma, due allievi di Eleonora sono stati ben allevati e hanno successo, uno era addirittura antropologicamente comunista. Io sono ignorante, ma però sul sito della Treccani ci so andare anche io e mi sono messo a cercare che cosa significa. In pratica questo ragazzino era uno che con criterî, metodi antropologici; dal punto di vista antropologico professa il comunismo, o è iscritto a un partito o a un movimento che ne propugna la dottrina, oppure fa, o faceva, parte di paesi in cui i principî del comunismo sono, o erano, attuati in sistema politico. Capito? Io no. Forse era antropologicamente comunista perché aveva i capelli da rasta. Insomma, Eleonora l’attrice di teatro ne alleva due bene, il terzo si suicida – ma le appare in sogno con le fragole – e il quarto è, appunto, Chirù. Chirù suona il violino, il papà fa il farmacista, la mamma lavora al porto di Cagliari e poi Eleonora parla di Chirù con un suo vecchio amante che si chiama Fabrizio e una volta lei stava per sposarsi con uno che si chiama Stefano – come me! (Giacobbo ci costruirebbe una puntatona di Kazzenger) – ma lui le aveva detto qualcosa tipo sua mamma e lei allora no, preferisce stare da sola senza figli, facendo l’attrice di teatro e allevando ragazzini. Io non so nemmeno se sia legale allevare ragazzini. Chirù si innamora di lei, lei si innamora di uno svedese che si chiama Martin e nel frattempo Fabrizio le dice di smetterla di allevare Chirù e Chirù va a trovarla a Firenze, ma poi bisticciano. Eleonora si sposa con Martin e alla fine del libro è incinta, ma secondo me nessuno di questa storia che non ci ho capito niente vive felice e contento. Almeno, lo spero.

Ah, una cosa importante. Eleonora va in Svezia ché lei fa l’attrice di teatro, oltre che l’allevatrice di ragazzini, e quando arriva a Stoccolma si sorprende perché non trova i prevedibili panorami con i fiordi. Sarà pure forte a fare teatro e nessuno mette in dubbio le sua qualità di allevatrice di ragazzini, ma secondo me Eleonora in geografia era un po’ scarsina, ecco. Tipo andare in Sicilia e chiedersi dove sono i nuraghi. Secondo me avevano comprato il fucile al fratello e a lei niente carretto perché aveva preso un voto basso in geografia, Eleonora, l’attrice di teatro.

Altra cose notevole: Chirù ha le palpebre, candide e lisce, prodigiosamente ancora impigliate all’infanzia. Ora, io da grande vorrei fare lo scrittore, ma finché non riuscirò a notare palpebre impigliate all’infanzia, prodigiosamente, ça va sans dire, mi sa che devo riporre i sogni nel cassetto.

Poi: Chirù e Eleonora vanno a mangiare a Cagliari, in un posto che si chiama Bastione. La tavolata era all’aperto, e davanti a noi il camminamento del bastione brulicava di persone avide di altezze che passeggiavano sulla linea dello sfondo. Sono passato tante volte, io, in quel Bastione, e mai che abbia visto persone avide di altezze, né sulla linea dello sfondo e nemmeno più vicino. C’ero anche la settimana scorsa, nel Bastione, se avessi letto prima il libro avrei guardato con maggiore attenzione, ma non mi sembra di averne notate, persone avide di altezze, distrattone che non sono altro. Però ora, pensandoci, forse non ho colto la sfumatura di Michela Murgia. Se le persone avide di soldi sono quelle che tengono i soldi tutti per loro, allora le persone avide di altezze sono quelle che tengono i centimetri ben nascosti e noi sardi, si sa, mica brilliamo per sviluppo verticale. Vuoi vedere che ho fatto la versione in prosa di Chirù, proprio in questo istante.

Per finire, io modestamente proporrei una cosa. Un film! Un film tratto da Chirù. Uno di quei film fatti con i finanziamenti di Rai Fiction, presentato a Venezia, non lo guarda nessuno, e poi si incazzano con Checco Zalone che la gente non capiscono. La regia potrebbe essere di Cristina Comencini, sceneggiatura di Michela Murgia, ovviamente. Nel ruolo di Eleonora ci vedrei bene quella là con la faccia seria, quella che non ride mai che sembra c’abbia sempre un miliardo di sfighe, Margherita Buy, ecco. Nel ruolo di Chirù un ragazzino a caso che non sa recitare. Una particina la facciamo fare anche ad Alessandro Haber. Sai che spettacolo: Marco Giusti lo inserirebbe, ancora prima di vederlo, nel suo mitico dizionario sui film italiani stracult. Stracultissimo.

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3 pensieri su “Le palpebre, candide e lisce, prodigiosamente ancora impigliate all’infanzia

  1. stavolta sono d’accordo con te, Chirù è indifendibile.
    niente di peggio di una scrittura che vorrebbe essere lirica ma sbaglia tema e modo.
    e anch’io mi sono scocciato a sangue per Stoccolma e per la storia in cui nulla è credibile e niente è attraente.
    ml

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