Michael Jordan, la vita

25833264Avevo nemmeno tredici anni, ero alto un metruncazzeunbarattolo e giocavo playmaker nella squadretta del mio paese. Non toglievo le Jordan dai piedi manco per andare a letto e mi mettevo il polsino sull’avambraccio sinistro. Un normale adolescente cretino, ero, però che fatica trovare quel polsino nel 1995 in Sardegna… Compravo American Super Basket, avevo le figurine dell’Upper Deck (sia stramaledetto chi mi rubò l’album, vigliacco) e aspettavo il sabato pomeriggio per vedere una partita NBA su Telemontecarlo. Allacciate le cinture di sicurezza, si parte!, urlava il buon Ugo Francica Nava. Puntavo la sveglia alle due del mattino per vedere le finali in diretta, anche se non nego che durante l’intervallo abbia fatto una capatina sulle reti locali alla ricerca di signorine discinte: avevo tredici anni e internet, con il suo carico di donne nude in tutte le salse, era ancora di là da venire. Beati i giovani d’oggi. A me Jordan e i Chicago Bulls mi stavano sulle scatole, principalmente perché piacevano a tutti (e come poteva essere altrimenti?). Io, io tifavo Lakers (sì, nonostante le Jordan ai piedi e il polsino sull’avambraccio) e solo chi mastica di NBA può capire quanto fosse triste la mia scelta, in quegli anni, quando Magic non giocava più e Kobe doveva ancora arrivare. Per dire, il mio idolo era Nick Van Exel, uno che le persone normali non hanno mai sentito nominare. Ce ne vuole.

Passavo gli enormi pomeriggi liberi a giocare a basket, io e un altro manipolo di cretini, sempre con la palla tra le mani. Il più alto di noi sarà stato un metro e ottanta, figuriamoci. Simulavamo delle robe che avremmo fatto meglio a guardarle solo in tv: chissà quanto eravamo ridicoli, piccoli, neri, pelosi, ma tuttavia con la canotta griffata e le scarpe supersluccicanti. Erano talmente enormi, quelle scarpe, che se ci avessero buttato dal decimo piano saremmo caduti in piedi. Pomeriggi interi a cercare di fare la ricezione a una mano, il passaggio no look, la bomba da tre. Lo faceva Jordan, perché non potevamo farlo noi?

Ne sapevo un sacco di NBA – ricordo ancora che internet era una roba per niente diffusa – e avevo appreso che esisteva una roba che si chiamava trash-talking. Non sapendo fare altro, divenne il mio segno distintivo. Ancora rido, se ci penso: un tredicenne alto un metruncazzoeunbarattolo, che sognava di diventare come Michael Jordan e che apprezzava più di ogni altra cosa Magic Johnson (sulla fiducia, non avendolo mai visto giocare) e che, soprattutto, giocava a basket e insultava gli avversari senza motivo. Mi chiedo come mai nessuno mi abbia dato due schiaffoni ben dati. Trash-talking ‘sto paio di palle.

Insomma, tutto ciò c’entra pochissimo, però a me leggere la biografia di Michael Jordan mi ha fatto tornare tredicenne. E sono molto contento.

Leggetela, anche se non avete mai giocato a basket. Ne vale davvero la pena.

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