La banda dello Zingaro – Estratto

In anteprima per voi, miei appassionati lettori, un estratto dal mio nuovo fantastico romanzo schifoso.

bagni

La discussione con mamma mi ha messo di malumore. Sono talmente infastidito che se quel cazzo di rom la tira per le lunghe, lo mando affanculo e il piano lo porto avanti con una pistola ad acqua, invece che con una vera. ‘tana miseria, sembra che tutti tramino contro di me. E la dottoressa psycho del cazzo con i problemi adolescenziali del mio omosessuale preferito; e la maiala che mi si vuole fidanzare; e mamma che mi rompe le palle perché non vado d’accordo con papà. Che due coglioni. Mi dovrebbero lasciare in pace, come io lascio in pace loro. Da Ricky Ricchione gradirei ricevere le stesse attenzioni che gli do: nessuna. Quella puttana mignotta, invece, ma è possibile che mi si attacchi allo scroto tipo zecca eccitata? E trovati un cazzo di sessantenne divorziato, gli dai due pasticche di Viagra e nel frattempo che gli tira l’uccello, ti sbrani il portafoglio. Perché proprio con me? Non per fare il figo, ma so la risposta: io a letto ci so fare. Te la spupazzo tutta, una vagina, le dedico più attenzioni di quelle che Madre Teresa di Calcutta avrebbe dedicato a un lebbroncino orfanello con le emorroidi. E non mi fermo alla vagina, no. Mi piace fare le coccole, farla sentire desiderata, una puttana. Adoro farle impazzire dalla voglia, le mignotte, fino a schiaffarglielo tutto dentro.

Ecco perché le maialine si appiccicano, dev’essere proprio perché attorno al pisello ci ricamo tutta la questione della tenerezza. E va bene, miseria troia, ma tutto finisce a letto. Una volta che ti ho rinfrescato i pertugi, è finita. Che cazzo ti innamori? Vaffanculo va’. Mamma non ne parliamo. Santissima donna devota al Cristo e al pisciamerda di suo marito, ma perché non prega in pace invece di volermi redimere? Chiedi aiuto al tuo amico crocifisso, vedi se può mettere una parola buona lassù col papi, lo stronzo, ma che se proprio mi deve cambiare, lo faccia con uno schiocco di dita. Zac, e Maurizio Artizzu diventa una personcina a modo, con la riga da una parte e tanto rispetto per il prossimo. Solo uno schiocco di dita, però, non mille chiacchiere frulla coglioni.

Per una volta il gitano è in orario. Brian Quaresima del cazzo. Ogni volta che penso a come si chiama, mi viene da ridere. Ma può fare il criminale uno che si chiama Brian? Per bene che gli vada, con quel nome di merda, giusto la parte dell’inculato in un film gay può ricoprire. È parcheggiato vicino all’autolavaggio.

“I soldi”, mi dice. Nemmeno mi saluta, lo screanzato.

“Le sim e il ferro”, gli rispondo. Ho preso gusto a utilizzare il gergo della malavita.

“Prima i soldi”.

“Prima il ferro”.

Sembriamo due coglioni del cazzo. Da questo lato del parcheggio non c’è nessuno, passa solo qualche pensionato alluvionato che non riesce a trovare l’uscita del centro commerciale. È talmente sfigata, questa zona, che non ci sono nemmeno negri a indicarti i parcheggi vuoti. Meno male per loro, perché ho l’umore giusto per lasciarmi andare a espressioni razziste lungamente meditate.

“Senza soldi, niente ferro”.

“Vedere cammello, pagare moneta”, gli dico ribaltando un noto proverbio. Dubito che lo conosca.

“Cazzo c’entra il cammello?”. Infatti.

“Lascia stare”, gli dico. “Se io non vedo il ferro e le sim, non ti faccio nemmeno odorare i soldi”.

“Quanto hai portato?”, mi chiede.

“Mille”.

“Troppo pochi”.

‘rcamado’, manco mia nonna al mercato stava così tanto a tirare sul prezzo con gli ambulanti di merda. Io sono un allievo di Les, che cazzo si crede, mica cedo così facilmente. Dammi la pistola in fretta, se vuoi i soldi, non è difficile.

“Troppo pochi il cazzo. Mille erano e mille ho portato”.

Poi il nomade se ne esce con una riflessione su quanto dura sia la vita del delinquente. Davvero, se non lo sentissi con queste orecchie che mi ritrovo, non ci crederei. Si lamenta come un coglione qualunque, come una massaia che non riesce a combinare il pranzo con la cena. Come un pensionato di merda con la minima. Come un coglione che lavora a contratto e vende lavatrici al telefono.

“Non ci sto più con i prezzi”, dice, “se non ci aiutiamo tra di noi, chi ci aiuta?”.

Amico nomade, mi verrebbe da dirgli, ma che cazzo ti sei pippato? Quella roba che ti infili su per il naso, faresti meglio a lasciarla andare giù per lo sciacquone, perché non ti fa mica bene, non ti fa.

“Eh”, mi esce invece. Un sospiro che lo stronzo interpreta come un invito ad andare avanti.

“Se c’erano ancora le milalire, minimo minimo ci facevo due milioni, con un ferro come quello che ho per te”.

“Due milioni di milalire?”, gli chiedo. Il cesella rame non si scompone, nemmeno capisce la battuta.

“E con due milioni quante cazzo di cose compravi, dieci anni fa?”, mi chiede.

Che cazzo ne so io, non sono mica un economista.

“Mi fai vedere il ferro?”, mi spazientisco.

Lo zingaro Brian è in un trip spaventoso. Non capisce più niente. Straparla come un coglione qualunque intervistato a Rete Quattro, è imparanoiato come una cagna che sente l’odore del fidanzato quando in bocca ha il pisellino di un altro. Mi spiega una teoria tutta strana.

“Ma non possiamo fare qua?”, gli chiedo. Insomma, se mi avesse proposto di andare in un capanno isolato nel bel mezzo del regno degli zingari, ecco, mi avrebbe sbalordito di meno. Col cazzo che ci sarei andato, ma non mi avrebbe sorpreso.

“No, facciamo come ho detto”, spiega. Non si fida di me, non si fida di nessuno.

“Ma dammi quella cazzo di pistola, io ti do i soldi e buongiorno e buonasera, la chiudiamo qua”.

“O come ho detto, o niente”.

Che cazzo posso fare? Sono in balia di uno zingaro tossicodipendente che si chiama Brian. Tutte queste cose, nel piano non le avevo mica previste.

“L’ho fatto altre volte, sono tranquillo così”, mi spiega.

“Se l’hai fatto altre volte, c’è il rischio che ti becchino”.

“No”. Non aggiunge altro. Solo un no chiaro e deciso.

‘tana miseria, le altre volte che abbiamo fatti affari, mica li ha conditi con queste stronzate. Entra in macchina, traffica con qualcosa nel cruscotto, prende uno zaino e torna fuori. Chiude lo sportello e mi dice di prendere i soldi.

“Ce li ho, tranquillo”.

“Come ti ho detto, ci vediamo nei bagni del piano di giù, vicino al Brico. Non parlarmi”.

“Ok, capo”.

“Entriamo, e se c’è qualcuno fingiamo di aspettare, ti lavi le mani, fai che cazzo ti pare”.

“Scorreggio, già che ci sono”.

“Poi, appena due cessi sono liberi, tu entri in uno e io nell’altro. Tolgo la busta dallo zaino e la lascio sul water, tu fai lo stesso con i soldi”.

“Che cazzo di piano di merda, te lo ripeto”.

“O così, o niente”. Ripete anche lui, gipsy king del cazzo. “Tu avrai il ferro e io soldi, e tanti auguri”.

“Ne hai bisogno”, dico.

“Di cosa?”.

“Degli auguri”.

Lascio lo zingaro e mi incammino verso il cesso. Attraverso il parcheggio e arrivo all’ingresso del centro commerciale. Non perdo l’occasione di svisare una mammina con la prole appresso. Bella, bona e pienotta come piace a me. Appena guadagno quel che mi spetta, mi ributto a capofitto nel magico mondo della conquista della vagina. Ne voglio una tutta nuova, fresca, e tanto tanto maiala. Sperando che non si innamori, ovviamente.

Giro l’angolo, lasciandomi l’edicola alle spalle, e intravedo il gitano dietro di me. Non so cosa cazzo pensare, se non che dipendo da lui. Il coglione c’è rimasto sotto di brutto con la merda che si infila nel cervello, altroché, ma non penso che abbia intenzione di fregarmi. Se mi volesse inculare i soldi, qualunque posto sarebbe meglio di questo cesso di merda.

Entro in bagno. Non c’è nessuno. Venti secondi dopo arriva lo zingaro con nome da cane e il cognome liturgico. Faccio per parlare, vorrei chiedergli se è contento, ma lui mi zittisce con il dito sulla bocca. Manco fosse mia mamma. Ci sono quattro cessi in tutto, più quelli a muro. Il gitano prova a muovere le porte, due non si aprono, ma non sembra che dentro ci sia nessuno. Faranno come facevano a scuola: quando si rompono, invece di aggiustarli tengono chiuso. Gli altri due sono aperti. Il gitano me ne indica uno e nel frattempo si infila nell’altro. Che piano schifoso.

Già che ci sono piscio, con l’orecchio teso a sentire i movimenti del ladro di rame. Pare che pisci anche lui. Tiriamo l’acqua in contemporanea, io spingendo il pulsante con la suola della scarpa, lui non so. Usciamo.

Il nomade abbandona il cesso a destra e migra verso quello di sinistra, da dove sono uscito io. È una situazione di merda, ho la sensazione che mi voglia imbrogliare, ma non capisco bene come possa fare. Mai fidarsi di un gitano, soprattutto in un bagno pubblico. Entra dove ero io, e io faccio per entrare nel suo. Intravedo la busta, non mi sta gabbando.

“Mi scusi, mi scusi, mi scusi”. Un cazzo di mezzo nanerottolo pelato entra sveltissimo, sgomita, è tutto rosso, mi spinge via, si dirige verso il cesso mio.

“Che cazzo fai?”, gli dico.

“Mi scappa, mi scusi”.

Non ho manco tempo di pensare se il gitano ha organizzato questo diversivo con l’amico cagone per fregarmi, oppure il tizio con la faccia da geometra del catasto si sta cagando addosso davvero.

“Statti fermo”, gli dico.

“Mi scappa”, insiste.

Lo zingaro esce dal cesso con i soldi, molto più saettoso di come lo immaginavo. Ha in faccia un sorriso del cazzo, deve avere visto il denaro. Io lotto contro i bassi istinti del geometra. Il coglione si sta cagando davvero, e io ce l’ho in mezzo alle palle. Ho come la sensazione che mi stiano per inculare, sembriamo in un cazzo di film di Lino Banfi. E io faccio la parte di Bombolo.

“Levati dal cazzo”, urlo al geometra in procinto di defecare. “E tu non scappare”, aggiungo verso il rom, che intanto ha ben pensato di uscire dal cesso. “So dove trovarti, pezzo di merda”, continuo. Sarà già arrivato nelle fogne di Bucarest, il ratto gitano del cazzo.

“Mi scappa”, piagnucola il coglione. Non può essere un complice, è troppo cretino. Ce l’ho attaccato al braccio, cerco di staccarmelo via, carico il pugno con la mano libera, gli voglio spaccare quella faccia di culo che ha.

Poi sento l’odore.

“Ti sei cagato addosso?”.

Il geometra pelato ha un’espressione da cane bastonato. Mi guarda come mi guardava mio figlio non ancora omosessuale quando aveva quattro anni, quelle due volte che l’ho visto.

“Ti sei cagato addosso?”, gli chiedo di nuovo.

Non risponde, ma la puzza non mente. Inizia a piangere.

“Levati dal cazzo”.

Finalmente molla la presa e posso entrare nel cesso del rom. C’è la busta, c’è anche la pistola e in una bustina più piccola, trasparente, ci sono le sim. Non mi ha fregato. Il cagone è solo un diversivo di merda, partorito dalla mente malata del destino.

“La mamma non ti ha insegnato a farla nel vasino?”, chiedo al geometra.

Lui è sempre fermo, sommerso dalla puzza di merda. Vedo la macchia nei pantaloni. Una schifezza. Piange.

“Sa com’è”, gli dico, “io avrei da fare. Vado. Buona giornata”.

Chiudo la porta del cesso e i singhiozzi del cagone mi restano in testa fino al parcheggio.

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