L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu

Si era rivista la domenica pomeriggio, mentre si preparava per uscire col marito e la bambina; aveva ripercorso mentalmente le insopportabili passeggiate su strade impolverate di periferia, risentito in bocca il sapore della Coppa Olimpia variegata al cacao che mangiucchiava seduta al tavolino di un solitario bar cui approdavano al termine della passeggiata, ed era rabbrividita al ricordo della sua vita di un tempo.

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Ma che bella sorpresa! Sono sempre un po’ titubante quando inizio un romanzo italiano contemporaneo, e titubo ancor di più se il romanzo è giallo (qualunque cosa significhi questa etichetta) o se c’entra in qualche modo con la Sardegna. Insomma, c’è il rischio di trovarsi nel bel mezzo di una carlottata con sparatorie a Monte Urpinu e onnipresenti cattivoni marsigliesi, oppure di imbattersi in seriosissimi tomi che sgrondano letteratura da ogni poro (ciao Michy!).

E invece no. L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu è, detto a caldo e dopo averlo letto dall’inizio alla fine, senza nemmeno buttare un occhio alla Premier League, un libro bellissimo. La storia è semplice e triste, così come i personaggi. Una storia che vale la pena di leggere per il garbo con cui è raccontata. Sullo sfondo della vita di Efisia scorrono cinquant’anni di vita italiana – si parla di Dc, di Lotta Continua, di sessantotto, di tangentopoli, di Bossi, di Berlusconi e persino di Borghezio – e mai, dico mai, traspare, mi si perdoni il ricorso a concetti complessi, la rottura di coglioni di spiegazioni moralisticheggianti. Intendiamoci, il punto di vista di Marisa Salabelle si intuisce chiaramente, e va benissimo così, ma è esposto con ironia, con un sorriso, senza bava alla bocca e ditini alzati.

La storia scorre che una meraviglia, tra passato e presente, e non vedevo l’ora di andare avanti per capire in che tunnel di mestizia si fosse cacciata la povera Efisia. Leggetelo, sarà difficile poggiarlo dopo averlo iniziato.

Detto ciò, basta con le sviolinate e andiamo a cercare il pelo nell’uovo. Io ne ho trovati due, di peli, e ve li racconto. Il primo: il cognome della protagonista. Ma non sarebbe stato meglio chiamarla, che so, Madau? Che bisogno c’è di giocare con un cognome dal significato tanto forte che, se non sbaglio, nemmeno esiste? La storia sarebbe filata uguale, identica e precisa, se avessero ammazzato Efisia Madau. Certo, l’autrice avrebbe dovuto evitare le battutine sul cognome, e cercare motivazioni più valide per spiegare l’inettitudine del padre di Efisia, però in compenso avrebbe evitato l’effetto travaglio* e sarebbe stata cosa buona e giusta. Il secondo: l’anteposizione del verbo rispetto al soggetto, espediente utilizzato per indicare la parlata sarda. Ora, io non sono un esperto, ma le mie due-tremila chiacchiere in sardo, sarditaliano, italiano sardeggiante, me le sono fatte e non ho mai sentito frasi come questa: «In questa galera rinchiudere mi vuoi» aveva protestato il vecchio. Quante volte mi prendono in giro, qua in Italia, perché metto il verbo prima del soggetto, ma mi sembra che ciò accada solo nelle interrogative. Un mangiato ha la bambina? di certo l’ho chiesto, ma dubito di avere mai affermato mangiato ha la bambina. Come terzo pelo, a sorpresa dopo averne annunciati due, prendiamo questa frase: «Le dicco che qualcosa non va, giovanotto! Effisia non ha mai lasciatto passare tanti giorni senza teleffonarmi, sono preoccupatto» disse l’uomo, parlando come l’ex presidente Cossiga. Perché spiegare una cosa che si capisce benissimo? Quel riferimento a Cossiga è come il tizio che ti racconta la barzelletta e poi ti dà di gomito per spingerti a ridere. Fa crollare ogni possibile sogno umoristico.

E insomma, leggerò volentieri un altro libro di Marisa Salabelle: quel sapore della Coppa Olimpia variegata al cacao mi è rimasto in bocca anche a me, triste al punto giusto, quasi quanto le stoviglie color nostalgia.

* in retorica è detto effetto travaglio quel particolare espediente utilizzato da giornalisti dalla schiena dritta atto a ridicolizzare un personaggio in base al cognome o alla storpiatura dello stesso. Fa molto ridere, soprattutto alle scuole medie e ai simpatizzanti del MoVimento Cinque Stelle. No, non sono le stesse persone: chi frequenta le scuole medie non ha diritto di voto per via della minore età.

Le stesse sciocchezze puoi leggerle su Goodreads e su anobii.

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Un pensiero su “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu

  1. Grazie per la bella recensione, grazie anche per le critiche, che sono assolutamente plausibili. In effetti la scelta di un cognome “parlante” e che, in effetti, non esiste (me ne sono accertata, volendo evitare di offendere qualcuno) è particolare, e capisco che possa lasciare perplessi, però devo dire che è da lì che è partita l’idea del romanzo, da un nome che fosse uno stigma per la protagonista e per suo padre. Intorno a quest’idea il romanzo si è formato, forse è un’idea bizzarra, ma non in stile Travaglio, almeno nelle mie intenzioni.

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