Purity

29450949Complimenti, davvero complimenti ad Andrea De Carlo per questo nuovo romanzo. Molto grande, molto romanzo, molto americano. Molto Grande Romanzo Americano, direi. Ve lo svelo subito: non è vero che si tratta di un romanzo di Andrea De Carlo, no, è di Jonathan Franzen. Sciocchini che non siete altro: Andrea De Carlo scrive mediocri romanzi italiani, Jonathan Franzen scrive il Grande Romanzo Americano. Di continuo e soprattutto consciamente. Lui si siede al tavolino e mica butta giù una storia, un dialogo, una cosa che gli è successa, no, lui compone il Grande Romanzo Americano. A furia di dirglielo, dev’essere che ha cominciato a crederci. E un sacco di gente appresso a lui. Salve, sono Jonathan Franzen e scrivo il Grande Romanzo Americano. E io invece sono Stefano e il Grande Romanzo Americano lo leggo, perché granderomanzoamericanamente parlando, non lascio nulla di intentato.Figuriamoci. Le avvisaglie che potesse trattarsi di opera da meritare i novantadue minuti di applausi c’erano tutte, ma le ho bellamente ignorate. La prima: un numero de IL con il faccione di Franzen in copertina. La foto non è nemmeno brutta. Per chi non lo sapesse,

IL è il mensile di Idee e Lifestyle del Sole 24 ORE, pluripremiato in Italia e all’estero per contenuti e grafica. Un magazine di attualità e di approfondimento, di svago e di divertimento, di opinioni e di provocazioni, di cultura e di consumi per la classe dirigente contemporanea e del futuro.

Ora, che c’entro io con un magazine siffatto non lo saprei spiegare, ma a parziale discolpa posso dire che leggo di tutto, dal giornalino della parrocchia al volantino di Mediaworld, per cui anche IL mi è capitato tra le mani. Che simpatia, però, uno che va a comprare IL perché sente di essere classe dirigente contemporanea e del futuro.

Classe Dirigente Contemporanea e del Futuro (di seguito CDCF) – “Mi dia IL” (con piglio da classe dirigente contemporanea e del futuro).

Giornalaio (di seguito G) – “Il cosa?” (con piglio da palle girate che è là dalle sette del mattino  e classe dirigente non lo sarà mai, né ora né nel futuro)

CDCF – “IL!” (spazientito, la classe dirigente non ha tempo da perdere)

G  – “Il?” (altrettanto spazientito, dietro c’è la fila, la vecchina che vuole Il mio Papa; l’adolescente brufoloso che aspetta l’ultimo numero di Metal Blood Hard Hammer e altre cose dure e pure a casaccio; il nostalgico che vuole il calendario con il duce, e siamo ad agosto; il pensionato rincoglionito che cerca il 3676° fascicolo di Costruisci il tuo galeone, c’è il remo in omaggio)

CDCF – “IL!” (insiste, ha fretta, deve vedere se il Dow Jones sta salendo, trasandarsi la barba incolta, cercare su internet una bici vintage, scroccare 50 euro a papà)

G  – “Il? Ha detto il?” (un pensiero gli balena in mente)

CDCF – “Sì, proprio IL” (la soddisfazione traspare sotto i baffi)

G – “Arrivo” (esce di scena)

CDCF – “Grazie” (sorriso soddisfatto)

G – “Ecco” (porge Il più completo annuario delle maiale della provincia con Silvana, la più porca di Sondrio in copertina)

CDCF – “Ma per chi mi ha preso?” (scappa via indignato)

La seconda avvisaglia è stata questo articolo del Post in cui vengono riportate sedici battute del nuovo romanzo di Franzen. Né quattordici, né diciassette: sedici. Ci sono perle come questa:

– Vuoi dirmi almeno cos’è successo con mio padre?

e come questa:

– Stai conoscendo i genitori. Questi sono i genitori.

Roba che uno sente il sapore del Grande Romanzo Americano, in queste battute. Sono sedici aforismi profondissimi che insidiano la mia frase preferita di tutti i tempi: questa.

La terza è ultima avvisaglia è stata più subdola. Dove abito io c’è un ristorante fighettino dove il cibo è molto buono, ma però sono un po’ troppo fissati con l’impiattamento, con la vasocottura, con il letto di qualcosa, con la croccantezza di qualcos’altro, con il cibo come cultura e tutte queste altre amenità. Ebbene, cosa ho trovato in vetrina tra un tagliere di formaggi e una selezione di vini? Purity, messo là, tutto bianco, con la ragazza tossica in copertina.

Lo so, tre indizi non fanno una prova, ma la prossima volta che io sento parlare di un libro su IL, trovo sedici frasi sul Post e mi compare in vetrina in trattoria, per quanto mastercheffosa possa essere, ecco, io quel libro non lo leggo.

Ma veniamo a noi. Purity è la storia senza capo né coda di una ragazzina che si chiama Purity, appunto, che non conosce il nome della mamma e non sa chi sia il padre. Purity si fa chiamare Pip, ha un sacco di debiti, la mamma è una matta fricchettona uscita sparata da un libro di De Carlo, cerca il padre come in cartone animato strappalacrime, incontra gente strana, fa cose, vede gente. Non c’è niente di realistico, in questo Grande Romanzo Americano, né di vagamente verosimile. I personaggi sono delle pedine totalmente prive di spessore umano. Sembra quasi di vederlo, Franzen, costruirle a tavolino. Ora, io non dico di pescare a piene mani nel realismo più torbido, non siamo mica obbligati, ecco, ma almeno trarre spunto dalla realtà per raccontare una storia non sarebbe male. Invece no, Purity è solo un giochino letterario, un divertissement che tuttavia non diverte, una storia per niente vissuta e totalmente costruita.

Non c’è solo Pip, nel libro. Ci sono una marea di altre persone noiosissime che fanno cose a casaccio, confidano i segreti più intimi con il primo che incontrano, poi si pentono, cercano di rimediare. In ogni riga si avverte una sensazione di artefazione (si dice artefazione?). Insomma, in un buon libro un personaggio compie un’azione o dice qualcosa perché la coerenza (o incoerenza, a fare i tragressivi) della storia lo porta ad agire o dire in quel modo. In Purity no, in Purity fanno tutti qualcosa e si capisce che lo fanno perché Franzen ha deciso che così dev’essere. È pallosissimo. Ci sono sentimenti un tanto al chilo, discorsi a metà tra la telenovela piemontese e i dialoghi di un film porno italiano. Ragionano tutti, di continuo, sui massimi sistemi come liceali dopo una canna di troppo. Non c’è nessun senso dell’ironia, nessun sorriso, niente, solo pesantezza. Le uniche battute sono da boyscout:

Per metà gli credeva e per due terzi no.

C’è il ricorso al corsivo e alle Maiuscole per dare enfasi o chissà cosa, insopportabile come quelli che quando parlano fanno il gesto delle virgolette con le mani. Una roba, un’idea, un concetto, si buttano là, caro Jonathan (o cara traduttrice), e chi è in grado di cogliere che colga, senza occhiolini o toccatine di gomito.

Ogni tre pagine volevo mollarlo, chiuderlo, lasciarlo là. Ma poi mi veniva il dubbio: non è che sia io sbagliato e non riesca a capire tutta questa magnficenza? Sono andato avanti, ho fatto una fatica enorme a seguire una trama così inutilmente arzigogolata da fare invidia agli sceneggiatori di Beautiful, ma l’ho finito. C’è pure la trametta gialla con contoro di spy story. Possibile che questo sia il Grande Romanzo Americano e io non riesca a coglierlo? Ho dei problemi con David Foster Wallace, DeLillo l’ho iniziato quarantadue volte e non sono mai andato oltre le prime tre pagine, forse è davvero colpa mia. Forse però, perché Bret Easton Ellis ne leggerei uno al giorno, Philip Roth pure, mentre Franzen piuttosto la prossima volta rileggo un libro di Antonio Socci.

A proposito di Philip Roth. In Pastorale America c’è tutta la parte della fabbrica di guanti del padre dello Svedese. È noiosissima, inutile girarci attorno, ma mai, mai, Mai, mentre la leggevo mi veniva voglia di posare il libro. Sembrava di essere in quella fabbrica. Ancora un po’ se mi avessero dato un tocco di pelle avrei potuto farlo io, il guanto. E invece prendiamo la descrizione della vita nella Germania Est in Purity. Noia altrettanta, e mai, mai, Mai, la sensazione che Franzen ci abbia raccontato qualcosa di vero, di verosimile, di probabile, di vivibile. Niente, solo inchiostro su carta (o pixel su display) e nessuna sensazione di immedesimazione.

Però ora basta che altrimenti questa recensione mi esce più lunga del romanzo e mi convinco di avere scritto la Grande Recensione Italiana.

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3 pensieri su “Purity

  1. Sono molto combattuta. Davvero. Lo leggo o non lo leggo? Lo leggo o non lo leggo? Lo leggo o non lo leggo? Comunque, niente, ho già diverse pile di libri in attesa sul comodino e sparse per casa, in pratica una valida giustificazione per prendere ancora tempo.

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