La rivoluzione di Michela Murgia

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La rivoluzione di…

“Che Guevara!”, diranno subito i miei piccoli lettori.

No, ragazzi, avete sbagliato. La rivoluzione di Michela Murgia, detta Kelledda.

Mi son ribattezzata Kelledda e, sì, se vuoi è un nome di battaglia, per me, ma anche per tanti altri. Indipendente e indipendentista, sì, nell’anima e con tutta me stessa. Magari è che Kelledda, io, lo ero da sempre, solo che non lo sapevo. è come aver fatto un cammino iniziatico, come nascere una seconda volta.

Chissà se ride, Michy, quando scrive queste cose. Anche perché, ‘sta genialata è subito, prime righe, bisognerebbe andarci cauti. Capace che uno legge queste cose e si ferma, mica tutti hanno uno stomaco forte come il mio. La rivoluzione di Michela Murgia. Suona tipo L’esegesi biblica di Lino Banfi. Comandaaante Kelledda Muuurgia (cantata come Comandante Che Guevara).

Però magari non è tutto merito suo. Il libro l’ha scritto un giornalista che si chiama Carlo Porcedda, in occasione della campagna elettorale per le elezioni regionali in Sardegna, anno di grazia 2014. Ecco, io adoro i giornalisti dalla schiena dritta che fanno le pulci ai candidati, li mettono sotto, non lasciano niente di intentato.  Con frasi come questa:

Michela Murgia, politica per vocazione, è una novità che si impone nella palude italiana di questi anni. Perché non è espressione degli apparati, ma nasce dalla società civile.

Yawn. Si va avanti, tra uno sbadiglio e l’altro, citando illustrissimi pareri. Si parla del gioco dei nove punti, una roba che va forte in psicologia.

Di solito è raro che qualcuno, che non abbia già visto l’esercizio in precedenza – aggiunge con un sorriso –, riesca a risolvere il gioco in poco tempo. Quando l’ho proposto in Sardegna ho fatto il solito giro di verifica sui taccuini e ho visto che Michela l’aveva risolto in un batter d’occhio. Per me è stata l’ulteriore conferma che Michela Murgia è una persona estremamente dotata per l’ascolto.

In un batter d’occhio. Avevamo l’Unto del Signore, ci mancava la Prescelta dei Nove Punti. Io, che l’esercizio l’ho persino visto, qualche anno fa, mi sono dimenticato la soluzione e sono rimasto come un cretino con un foglio di carta e la penna in mano… punti e linee… Kelledda non mi sconfiggerà… linee e punti… Michy non l’avrai vinta… Niente! Foglio tutto pasticciato, nessuna soluzione. L’ho cercata su Google. Maledizione, ho la prova del perché domani devo puntare la sveglia alle 6.27 e Michela Murgia invece fa la scrittrice.

Comunque, il libro non è solo una lunga tirata agiografica della rivoluzionaria indipendentista Kelledda. No, è molto di più. C’è persino il programma politico. Queste le parole d’ordine che sono riuscito a cogliere.

Confronto, dialogo, democrazia partecipata, miele, mandorle, erbe officinali, indipendentismo ma non secessione.

Ammetto che qualcuna mi sia sfuggita, maledetti nove punti che mi hanno distratto. Il succo comunque è chiaro. Dialogo, confronto, erbe officinali, energie rinnovabili, valorizzazione del territorio e della cultura. Niente in contrario, io, sia chiaro, giusto sulle erbe officinali avrei qualche dubbio, il problema è che tutto è enunciato con un pensiero candido e da anime belle, ignorando completamente quel detto che dice che per ogni problema la soluzione è semplice. Ed è sbagliata. Meno male che non ho più vent’anni e della politica ora mi frega il giusto, ma leggere così tante sciocchezze mi fa pensare alle fatiche di un Giovanni Sartori a caso che quando escono questi librini, questi candidati, questi allocchi della democrazia partecipata, non può che avere la conferma di essere passato invano sulla terra.

E insomma, lasciamo perdere. Concentriamoci invece su un altro fatto. Carlo Porcedda ha scritto questo bel tomino in ode a Michela Murgia, detta Kelledda, candidata alla presidenza della regione. Immaginiamo adesso, che so, un Guido Brambilla che scriva la stessa roba per Maroni. O Ignazio Caruso per Cuffaro. O Antonio Esposito per Bassolino. Io proverei vergogna per loro, ho capito che bisogna pur mangiare, ma là fuori ci sono tanti lavori molto più dignitosi che scrivere La rivoluzione di Michela Murgia. Intendiamoci, non sto paragonando Michela Murgia a Cuffaro, sto solo dicendo che un giornalista dovrebbe assalire un politico – anche e soprattutto se a km zero e a favore delle erbe officinali – non portargli le ciabatte con la bocca. Poi Michela Murgia può avere tutte le idee migliori del mondo, ma io giornalista devo cercare le peggiori, le stronzate, non posso incensarla. Non devo incensarla.

Accidenti, mi sono proprio indignato. Se continuo così posso fare la gente intervistata a Rete Quattro.

Per concludere, una chicca.

Lei in Sardegna ha fatto e sta facendo lo stesso che hanno fatto Michelle e Barack Obama. Quando hanno cominciato a impegnarsi in politica, nei sobborghi di Chicago, facevano un lavoro nei quartieri usando esattamente questi metodi, l’ascolto attivo e i metodi partecipativi. Il loro obiettivo era la costruzione-rafforzamento dei diritti e delle potenzialità di partecipazione sociale delle comunità afroamericane disgregate. Al netto delle proporzioni, il percorso è quasi identico.

Al netto delle proporzioni, mi raccomando, non si sa mai che ci scappi da ridere.

(io con la Sardegna di Michela Murgia, detta Kelledda, non c’entro niente. Nella mia Sardegna la campagna è fatica e sudore, pietre da togliere, spine da tagliare, acqua che non c’è. Nella mia Sardegna la gente che lavorava in campagna non vedeva l’ora di avere il posto, traballai in logu ‘e postu era la massima aspirazione, altro che erbe officinali. Nella mia Sardegna, a dodici anni ho passato mezza estate a raccogliere mandorle, per avere due soldi e un po’ di indipendenza, e ho guadagnato ventimila lire, una roba del genere. Se fossi andato da mio padre e gliele avessi chieste, me le avrebbe date senza sacrificio. E senza che io combattessi con quei moscerini maledetti per tutto quel tempo).

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