Beverly Hills 09100 – Secondo estratto

In anteprima per voi, miei appassionati lettori, il secondo estratto del mio nuovo fantastico romanzo schifoso. Roba che spaccherete le vetrine delle librerie, per avercelo tutto.

candele

Si avvicina il momento topico e mi sento rilassato: il piano fila che una meraviglia. Bambino e Calimero sono dalla mia parte, contenti di essere coinvolti nell’iniziativa che ci cambierà la vita. Cioè, a me la cambierà di certo, mentre loro potranno accontentarsi di un miglioramento. Che, partendo dalla merda in cui giacciono, non è un risultato da buttare via. Solo un piccolo tarlo mi ronza attorno all’uccello, e quel tarlo si chiama Mio Cugino Trainspotting. Fortuna che in tasca ho qualche grammo di quella merda sottratta al pennuto nero e tre bonbon che ho appena acquistato a fido da Michele Sammer: se il drogato tentenna, so io come convincerlo.

Guardo il palazzone dove abita il tossico, non vedo movimenti nel balconcino del cazzo, né mi pare di scorgerne all’interno. Niente di strano, l’ho trovato tante di quelle volte accasciato sul letto che mi sorprenderei di più se lo vedessi affacciato alla finestra. Salgo le scale accompagnato dal consueto odore di piscio misto a minestrone, così tipico di questa merda di quartiere. Sul pianerottolo ci sono quattro bambini denutriti che mi si attaccano ai pantaloni.

“Ci dai una caramella?”, mi dice lo stronzetto che ha tutta l’aria di essere il capo.

Io non ho caramelle, non sono mica un pedofilo del cazzo. Mi frugo le tasche e mostro le mani vuote, a dimostrare che non possiedo nulla davvero.

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Bambini ladri

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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
*

Rom, zingari, gitani, camminanti, sinti e nomadi, persino romeni, bosniaci e kosovari, bulgari, macedoni e albanesi. Italiani. Molti italiani. Insomma, persone. Uomini e donne. Difficilissimi da incasellare, catalogare, classificare, tranne che per il commentatore medio che non perde occasione per rivelarsi leone da tastiera: zingari di merda, dice. Io invece avrei un altro modo per definirli: poveri. E i poveri, si sa, ci fanno schifo. Un po’ perché temiamo di diventare come loro e un po’ perché abbiamo paura che ci freghino il posto nella scala sociale. Loro, i zingari di merda sono gli ultimi. Noi stiamo appena un po’ più su, giusto uno o due gradini.

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