Beverly Hills 09100 – Secondo estratto

In anteprima per voi, miei appassionati lettori, il secondo estratto del mio nuovo fantastico romanzo schifoso. Roba che spaccherete le vetrine delle librerie, per avercelo tutto.

candele

Si avvicina il momento topico e mi sento rilassato: il piano fila che una meraviglia. Bambino e Calimero sono dalla mia parte, contenti di essere coinvolti nell’iniziativa che ci cambierà la vita. Cioè, a me la cambierà di certo, mentre loro potranno accontentarsi di un miglioramento. Che, partendo dalla merda in cui giacciono, non è un risultato da buttare via. Solo un piccolo tarlo mi ronza attorno all’uccello, e quel tarlo si chiama Mio Cugino Trainspotting. Fortuna che in tasca ho qualche grammo di quella merda sottratta al pennuto nero e tre bonbon che ho appena acquistato a fido da Michele Sammer: se il drogato tentenna, so io come convincerlo.

Guardo il palazzone dove abita il tossico, non vedo movimenti nel balconcino del cazzo, né mi pare di scorgerne all’interno. Niente di strano, l’ho trovato tante di quelle volte accasciato sul letto che mi sorprenderei di più se lo vedessi affacciato alla finestra. Salgo le scale accompagnato dal consueto odore di piscio misto a minestrone, così tipico di questa merda di quartiere. Sul pianerottolo ci sono quattro bambini denutriti che mi si attaccano ai pantaloni.

“Ci dai una caramella?”, mi dice lo stronzetto che ha tutta l’aria di essere il capo.

Io non ho caramelle, non sono mica un pedofilo del cazzo. Mi frugo le tasche e mostro le mani vuote, a dimostrare che non possiedo nulla davvero.

“Dove stai andando?”, mi chiede il capetto di cinque anni.

“A trovare un mio amico”, gli rispondo.

“Chi è?”.

“Fatti i fatti tuoi”, gli rispondo.

“Mia mamma si chiama Roberta”, dice un altro moccioso.

Bel nome da troia, non c’è male. Vorrei che si levassero dal cazzo e riprendessero i loro giochini da bambini del terzo mondo, senza rompermi i coglioni. Solo che sono gentile, per cui mi invento un gioco.

“Fate una gara”, spiego, “il primo che arriva giù, tocca il portone e poi risale gli do questa”. Mostro una pasticca e i cazzini sono raggianti, l’avranno presa per una caramella di merda. Non finisco nemmeno di spiegare le regole che partono lanciatissimi. Ne approfitto, manco a dirlo, salgo l’ultima rampa di scale che mi separa dal tossicodipendente. Il portoncino è aperto e se fossi in un cazzo di CSI: Beverly Hills – Beverly Hills nel senso di corea – comincerei a preoccuparmi. Ci starebbe bene un rivolo di sangue che scivola fuori dalla porta, e in sottofondo quella musica di merda che tiene alta la tensione. Invece si sentono solo urla di bambini, bestemmie in sardo e Gigi D’Alessio o un altro coglione come lui che canta a tutto volume. E poi c’è un odore schifossisimo, tipo candele fricchettone. Una volta una troia che mi scopavo si era fissata con quelle cazzo di candele di merda, voleva farsi sbattere con le luci spente e le candele accese. Io avevo detto di sì: una passera prima di scoparmela acconsento anche ad accompagnarla in chiesa. E poi le candele mi ricordavano il film porno di Alessia Bonaria, quindi il mio pisello era già partito per la tangente. Be’, per farla breve, le candele non le abbiamo usate solo per creare atmosfera.

Spingo la porta con il piede e l’odore dolciastro di tumore non fa che aumentare. Che cazzo di nuova droga sta sperimentando il mio tossicodipendente preferito?

“Mio Cugino?”, dico prima a voce bassa, poi sempre più forte. Nessuna risposta. Non mi pare di vedere nessuno, in questo buco del cazzo, a parte le candele accese sul tavolo della cucina. C’è un tanfo insopportabile. Entro nella topaia e spalanco una finestra. Finalmente, non se ne poteva più di respirare questa merda.

“Mio Cugino”, dico di nuovo. Nessuna risposta. Comincio a preoccuparmi. Apro la porta a soffietto che separa la sala dalle camere e nessuna parola è sufficiente a descrivere lo spettacolo che mi trovo davanti. Mio Cugino Trainspotting è seduto per terra in una cazzo di posizione da fiore di loto, non ne capisco niente, sembra uno di quei cretini che fanno yoga. Accanto a lui c’è una passera sovrappeso con una corona di fiori tra i capelli. Anche il tossico è floreale, con una ghirlanda attorno al collo. Sono nudi e si danno la mano, gli imbecilli. Per avere più spazio hanno ribaltato le due brandine contro la parete. Una è andata a coprire persino la locandina di Trainspotting che gli ho regalato io, allo stronzo.

Non mi hanno sentito. Saranno in trance, i meditabondi? Avranno raggiunto la pace dei sensi? Il nirvana? Qualunque cazzo di posto stiano frequentando con la mente, ci penso io a riportarli sul pianeta terra, Sardegna, Cagliari, palazzoni di Beverly Hills.

“Mio Cugino”, urlo, “ma che cazzo stai facendo?”.

Trasalisce, il tossico, e la cicciona appresso.

“Mau, cosa ci fai qua?”, mi chiede.

“Ma che cazzo stai facendo?”, continuo a dire. Non mi escono altre parole. “E copriti che fai schifo”.

“Avevo intenzione di spiegartelo”, dice, “ma non credo che tu sia in grado di capire. Comunque, lei è Fiorenza”. Mi indica la cicciona e forse si aspetta che io le porga la mano, oppure le dica qualche parola gentile. Invece no. Si infila i pantaloni senza nemmeno mettersi le mutande, il coglione.

“Che cazzo me ne frega di chi è questa panzona di merda”, sbotto. La cicciona mette su la miglior faccia indignata che ha nel repertorio e fa addirittura un passo indietro, quasi a volersi distanziare dal sottoscritto. Cerco di individuare la passera, in quel marasma di ciccia e pelo, ma non la trovo.

“E copriti anche tu, sei ripugnante”, le dico.

“Mau, non è il caso”, dice il tossico. O dovrei chiamarlo ex tossico?

“Ma non è il caso cosa? È da ieri che ti dico che ho bisogno di te e tu che cazzo mi combini?”.

“Ti ho accennato che ho intrapreso un percorso”.

“Ma come cazzo parli? Saranno due settimane che non ci vediamo e ti sei rincoglionito così?”.

“Ho conosciuto Fiorenza”.

“E tu per ‘sta cicciona qua lasci gli amici, la droga, e addirittura accendi le candele?”.

La panzona si è messa una specie di tonaca e continua a stare zitta, ma si vede che sbuffa. Un altro insulto ed esplode, sicuro. “Ma ti fa i pompini col culo, per trasformarti così?”.

“Come ti permetti?”, chiede la vacca inghirlandata. È veramente sdegnata.

“Chiedile scusa”, mi dice Mio Cugino Trainspotting. Secondo lui sta usando un tono minaccioso. Mi viene da ridere.

“Mio Cugino”, gli propongo, “facciamo che cacci via questa cicciona dalle palle. Poi ti vesti per bene, andiamo in cucina, stappiamo una birra, ti inali ‘sta roba qua”, gli mostro la bustina con la coca, “e se non ti è sufficiente prendi anche queste pastigliette. Ok? Sono ottime per il mal di testa”.

“Ho chiuso, Mau”. Io lo capisco che non è vero. So riconoscere lo sguardo di questo gattone bisognoso d’affetto e di droga. Sta vacillando, ma siccome è una brava persona non vuole mandare affanculo la fricchettona sovrappeso. Ci penso io.

“Senti, Fiorenza, perché non ti levi dal cazzo?”, le chiedo gentilmente.

“Ma come ti permetti?”.

“Dai, non rompere il cazzo. Vattene, prima che ti cacci via io a calci in culo”.

“Come?”, chiede spalancando gli occhi e la bocca. Se spalanca così anche il buco del culo, be’, potrei farci un pensierino, nonostante le candele profumate e la ciccia in eccesso.

“Mau, forse è meglio se vai sbollire un attimo, poi torni. Va bene?”, mi chiede Mio Cugino Trainspotting. Gli è venuto pure un mezzo accento da frocio dei quartieri bene, allo stronzo.

“Non va bene per niente, non devo sbollire proprio un cazzo io. Caso mai tu devi tornare lo stesso coglione di sempre. Per cui cacciamo via la nipotina obesa di Sai Baba, stappiamo una birra e pippiamo in tutta libertà”.

“Non ti vergogni?”, mi dice Fiorenza. È alterata, cazzo se lo è.

“Io? Ma levati quei cazzo di fiori dalla testa, sei ridicola. E già che ci sei levati pure venti chili, cicciona di merda”.

“Ma come ti permetti?”.

“Ti do anche un altro consiglio: dai una bella sfoltita a quella foresta che hai tra le cosce, manco si capisce se hai la passera o il manico, là sotto”.

Fiorenza lancia a Mio Cugino Trainspotting un’occhiata stranita. Si muove a scatti, come un’attrice appena uscita da un corso di teatro di merda del dopolavoro ferroviario.

“Digli qualcosa, Emanuele, ti prego”, fa Meryl Streep tendente al quintale.

“Emanuele? Manco tua mamma ti chiama così”.

“Mau, non esagerare”.

“Birra e coca?”, gli propongo facendogli l’occhiolino.

“Digli qualcosa!”, urla la cicciona.

“Io e Fiorenza siamo amici, non posso accettare che tu la tratti così”, dice.

Io lo so che il tossico sotto sotto sta ridacchiando. Non può essere vera tutta questa cazzo di pantomima che si è creata. Le candele, i fiori, la ghirlanda, la posizione da fiore del loto. Ma vaffanculo va’, è tutta una buffonata.

“Birra e coca?”, chiedo di nuovo. “Lo so che in frigo ne hai”. Figuriamoci se il mio carissimo amico Mio Cugino Trainspotting, Emanuele per le ciccione, è rimasto senza roba da bere.

“C’è anche un vino che ha portato Fiorenza”, dice il cretino.

“Emanuele!”, urlacchia lei.

“Allora ce lo beviamo”, dico io, “dopo averla mandata via. Alla facciaccia sua, brindiamo”.

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