La scopa del sistema

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Allora. Parce sepulto, diceva quello. E io lo parco il sepulto, eccome se lo parco. La prima volta che ho sentito parlare di David Foster Wallace è stata quando è morto. Prima, mai. E per qualche giorno mi era sembrato che non averlo letto – dai, non hai letto Infinite Jest? E neanche La scopa del sistema? – fosse una terribile colpa da espiare al più presto. Insomma, devo confessare che ero un po’ preoccupato: questo signore americano qua, un mezzo genio mezzo drogato mezzo alcolizzato mezzo depresso mezzo matto, si è suicidato a quarantasei anni nella mia più totale inconsapevolezza. Un tarlo lo divorava dall’interno, hanno scritto i migliori coccodrillisti, e io felice e contento, indifferente ai suoi drammi. Che vergogna.

Per espiare sono corso in libreria e ho preso un suo libro a caso – Oblio – perché di solito faccio così: quando voglio iniziare un autore o parto cronologicamente o parto con un libro a caso. A rifletterci bene, non è che ci siano altri modi, ma mi piace pensare di mettere in pratica sagaci strategie. Sono tornato a casa, ho letto un racconto, forse due, al limite tre, e mi sono detto che no, non ero pronto per la superba scrittura del maestro contemporaneo. Nel frattempo la moda DFW un po’ è scemata. Gli articoli celebrativi sono diminuiti e insomma, il nostro genio è stato un po’ meno considerato. Ma sempre genio è rimasto: le poche righe apparse qua e là sulla stampa tenevano in gran considerazione la sua opera. Per tacere, poi, delle recensioni entusiaste dei lettori su forum, blog e social network. Allora sono io, mi sono detto. Avrò sbagliato libro, ho provato a spiegarmi. Qua bisogna tentare di nuovo, mi sono convinto. Stavolta parto in ordine, ho infine deciso. Ho preso in mano La scopa del sistema, ben consapevole di trovarmi di fronte all’opera struggente di un formidabile genio, e mi sono lasciato andare. Sarebbe stato meglio se mi fossi messo a leggere le possenti riflessioni di Christian Raimo. Non ce la faccio, proprio non capisco DFW. Una storia insulsa che nemmeno c’è, personaggi abbozzati, accennati, lasciati a metà. Artifici verbali a gogò, che poi diventano solo verbosità artificiale. Bisogna sospendere l’incredulità, e spesso pure la noia. Fuori c’è un bel sole, in tv c’è la Premier League, le figlie chiamano, la moglie pure. Ma chi me lo fa fare a me? Un libro mi deve prima di tutto divertire. E per divertirmi deve soddisfare due condizioni principali: ci deve essere una storia e lo scrittore deve comparire il meno possibile. Qua la storia… tu c’hai capito qualcosa? E il narratore è onnipresente, ok DFW sei bravo bravissimo, però spostati, lèvati, ho capito che ci tieni tanto a mostrarmi quanto sia bello e forte e figo, fammi leggere il libro però. Non hai capito, dice quello, DFW scrive una storia senza senso perché il mondo è senza senso, la vita è senza senso, tutto è senza senso. Più di cinquecento pagine per sostenere una roba che Vasco Rossi, dico Vasco Rossi, ha riassunto in un mirabile verso: questa storia una senso non ce l’ha… Va bene da ragazzino, quando ogni autore un po’ audace ti fa scoprire delle cose nuove, però Cecco Angiolieri si studia a quattordici anni, dopo c’è anche dell’altro. Dopo si cresce e si va avanti e che la vita non abbia senso, caro adolescente brufoloso, lo abbiamo capito già da un pezzo. Se proprio devi continuare a ripeterlo, trova almeno un modo un po’ originale per farlo. Per esempio con un romanzo. O con una storia. Io non capisco come possa entusiasmare questa letteratura qua. È l’equivalente affettato e intelligente dei libri Harmony. È un’enorme presa per il culo in cui addetti ai lavori e lettori si trascinano estasiati, contenti di far parte di qualcosa che poco comprendono ma che bisogna apprezzare per partito preso. Una specie di meccanismo identitario: ho letto DFW e ne capisco di letteratura; ho letto DFW e accidenti se ne so; ho letto DFW e l’America contemporanea ora ve la spiego io. E se invece non lo leggiamo e capiamo siamo solo dei rozzi bifolchi, come Remo e Augusta alla Biennale di Venezia. Il tutto, ovviamente, in attesa che un redivivo Fantozzi si alzi in piedi e urli ai quattro venti che siamo di fronte solo all’ennesima cagata pazzesca.

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2 pensieri su “La scopa del sistema

  1. …quindi in pratica, non ti piace nulla di ciò che leggi! Cambiare hobby no? Scusa se mi intrometto eh, sono giunta al tuo blog attraverso una tua recensione su Goodreads, ho dato uno sguardo fra gli ultimi post e non ce n’è uno in cui non ti lamenti di qualche orrore letterario spacciato dalle masse per genio.. Buona continuazione! 🙂

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    • Ma figurati, è solo una mia pecca: non sono capace di scrivere bene e mi trovo in difficoltà a vantare i libri che apprezzo. Molto più semplice parlare male dei libri che mi annoiano, soprattutto se vorrebbero passare per capolavori della letteratura.
      E in fondo è questo il punto: se uno scrive una sciocchezza, e ne è ben consapevole, non c’è nemmeno gusto a ridergli dietro. Lo fa lui per primo, chi se ne frega di andargli appresso. Ma se invece autore/casa editrice/critica/pubblico spacciano una cagata pazzesca (Fantozzi 1976) per opera che smuove la letteratura, be’, a me mi viene da ridere.
      Fermo restando che sono pronto a scommettere che sono io a non capire niente, non i libri che leggo a essere brutti.

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