Paradise Sky

In questa intervista Lansdale spiega benissimo come intenda i suoi libri: io non voglio fare grande letteratura, voglio scrivere delle storie.

Parole sante.

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Leggevo Lansdale e meditavo, ché non sono mica l’ultimo dei cretini. E meditando ho formulato due interessantissime riflessioni – mi dispiace che Umby sia trapassato, non posso sottoporgliele – sullo stato attuale della letteratura, in Italia e non solo. Ma soprattutto in Italia. La prima riflessione è che mancano le storie. Perché Lansdale è bravo? Perché racconta una storia. Perché Scerbanenco è bravo? Perché racconta una storia. Perché Stephen King, Céline, Roth, Welsh, McCourt, Singer, Hašek e altri quattro o cinque sono bravi? Perché raccontano storie. Perché Baricco è meno bravo? Perché sa solo lui cosa significano quelle parole che mette appresso l’una all’altra. Sia detto con rispetto, chiaro, sono io che non lo capisco. Al giorno d’oggi, signora mia, si sta perdendo il gusto di raccontare storie. E anche quello di ascoltarle. Sembra quasi sminuente raccontare le avventure di un cowboy negro che si accoppia con cinesi dotate di gamba di legno, spara e ammazza, rissa, cavalca, mangia fagioli e talvolta scorreggia. Di quest’ultimo fatto non sono proprio sicuro, delle scorregge dico, non sono sicuro che sia il cowboy a farle, ma qualcuno che le fa, nel romanzo, c’è di sicuro.

Ricapitolando: mancano le storie. Mancano i racconti. Manca la voglia di sedersi per un’ora e ascoltare qualcuno che racconta qualcosa. Manca l’aspirazione – fine a sé stessa – di trascorrere bene quell’ora, senza secondi fini. Senza montarsi la testa convinti di leggere grande letteratura. E ora, signora mia, qui lo dico e subito dopo mi sciacquo la bocca: la grande letteratura non esiste. Mi sono svegliato ispirato, stamattina. La grande letteratura è frutto del caso. La grande letteratura è una bella storia raccontata bene. La grande letteratura la fanno Lansdale, Céline e il pizzaiolo mio quando racconta storie – infarcite di balle – di quando era ragazzino e faceva il cameriere in quel ristorante al porto. Peccato non le scriva, davvero un peccato.

Precisando la ricapitolazione: quando ci sono le storie, moltissime volte, sono solo un pretesto per dare lustro al punto di vista dell’autore. Ora mi viene in mente Porazzi, e non se ne abbia a male, ma anche Carlotto sembra soffrire le stesse pene: c’è il mondo, c’è la mia visione, e ora te la racconto inventando due personaggi. Niente di male, anzi. Pure nei Viaggi di Gulliver si avverte il punto di vista dell’autore, ecco, però io ritengo che uno scrittore bravo scompaia dietro la storia e non spunti dietro ogni paragrafo facendo l’occhiolino. Se la storia ci fa riflettere, poi, tanto meglio, senza il bisogno che l’autore gonfi il petto bullandosi di quanto sia intelligente, lui, e quanto ci pensa, alle robe che scrive. Tipo Franzen. Insomma, ovvio che Porazzi e soprattutto Franzen non c’entrano nulla con Swift, però accontentatevi: anche io non sono Natalino Sapegno.

Ulteriore precisazione alla prima riflessione: apprezziamo in particolar modo quegli scrittori che fanno un libro tutto incasinato, senza storia, o con la storia estremamente arzicomplicata, e tutto ciò per dimostrare che la letteratura, la vita, l’universo mondo, sono oscuri e non hanno senso. Bravi, complimenti, dopo i quattordici anni però dovreste finirla. A questo proposito non smetterò mai di citare un poeta emiliano, astro di riferimento in questo palcoscenico in cui come maschere diafane ci muoviamo raminghe e spaesate. È inutile che fatichiamo, perché, diceva il poeta: questa vita un senso non ce l’ha. Appuratolo, ciò, e memori che Ionesco, Beckett e Piero Manzoni sono passati sulla terra – invano per alcuni – andiamo avanti e torniamo a raccontare storie, ché se la vita non ha senso, è complicata, etc. etc., ci pensa quel tale di Zocca a ricordarcelo.

Che fatica, riflettere. Mi sa che scrivo un romanzo con protagonista uno scrittore filosofo affranto dalle pene letterarie, così posso dare libero sfogo alle sciocchezze che mi ronzano in testa. Ma non lo farò, promesso. Al massimo racconterò storielle scorreggione, con frizzi, lazzi e qualche rutto.

Seconda riflessione, strettamente collegata alla precisazione alla prima riflessione: manca il senso dell’umorismo. Quando anche c’è la storia, e quando questa storia è scritta abbastanza bene da far scomparire il narratore, ecco che fa capolino il problema oggetto di questa seconda riflessione, per l’appunto: la pesantezza. Una storia, per essere bella e attraente, deve essere accattivante. E per me non esiste niente di più accattivante di un po’ di sano e genuino senso dell’umorismo, anche senza scomodare la signora imbellettata del nostro scrittore preferito di tutti i tempi. Torniamo a bomba: la vita è difficile, la letteratura pure, i romanzi che tristezza, i protagonisti sono corrucciati, alla fine tutti avremo due metri di terreno (manco più, ormai, se va bene ci tocca un loculo in coabitazione), e però che noia, senza senso dell’umorismo ogni storia diventa un mattone insopportabile. Sarà letteratura, ma preferisco vedermi una partita in tv. Attenzione, con tutto ciò non voglio dire che dobbiamo ridurre la letteratura a Lino Banfi che si dà botte sulla chepa o Tomas Milian che schiaffeggia Bombolo (anche perché è cinema, quello, non letteratura, cretino), ma però nemmeno a Marcello Fois o Cristian Raimo, che ho capito che siete scrittori e sapete un sacco di cose, ma sorridete ogni tanto, dai, tanto moriamo uguale.

Prendiamo Céline: racconta disgrazie, schifezze, miserie varie dell’animo umano, però lo fa con una bella storia di mezzo e tante risate, seppure amare. Lo stesso McCourt: non è forse triste Le ceneri di Angela? Mai letto niente di più triste, io. Eppure è un libro leggero, stupendo, da leggere tre volte di seguito e poi iniziare di nuovo. Prendiamo invece Albinati, che mi viene il fiatone solo a nominarlo. Bravo, eh, figuriamoci, però, allora, ecco, accidenti, non si dovrebbe dire, insomma: non c’è la storia, c’è solo l’autore, non si ride mai, nemmeno si sorride, si fa solo una fatica bestiale, e pensare che tutte le parole che usa sarebbero state sufficienti, abbinate in modo diverso, a raccontare due e forse tre avventure di Hap e Leonard.

Tutto questo ragionamento intelligentissimo – se avessi diciassette anni sicuro che avrei conquistato la tipa di II B con le mie chiacchiere, quant’era carina – per dire che Lansdale, ecco, lui racconta storie, le racconta bene e il senso dell’umorismo non gli manca. Quindi, se volete trascorrere un’ora in modo costruttivo, poggiate quel Franzen che avete tra le mani e correte a comprare Lansdale (non dovrei dirlo, ma ho una percentuale sulle vendite).

Ultima cosa. Paradise Sky è ambientato quando c’è la battaglia di Little Big Horn. Nat Love sta andando a una gara di tiro e gli arriva notizia che il generale Custer è morto. 1876, dice Wikipedia. Molte pagine dopo compare un personaggio che si chiama Pinocchio Joe cosí soprannominato, si diceva, per via del lungo naso con la punta che si piegava leggermente a formare un uncino. Sempre Wikipedia sostiene che Le avventure di Pinocchio risalga al 1881-1882 e sia stato tradotto, per la prima volta in inglese, nel 1892. Ora, magari da quando Nat si iscrive alla gara di tiro a quando incontra Pinocchio Joe passando diversi anni (non è che Lansdale si dia troppa pena per regalarci una cronologia accurata), però secondo me quel tizio non si poteva chiamare Pinocchio. Oppure Pinocchio era un nomignolo che si usava anche prima, per indicare qualcuno provvisto di naso lungo? E quel nomignolo era utilizzato anche in America? Oppure Lansdale ha dato un nome diverso ed è stato il traduttore a usare Pinocchio? Non saprei, dovrei cercare l’ebook in inglese e non ne ho voglia.

Però mi è venuta voglia di rileggere Pinocchio.

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