Works

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Insomma, io non so cosa dire. Sono un vecchio borbottone, per cui non capisco bene questo genere che va di moda oggi – addirittura autofiction, ho letto da qualche parte, che poi sarebbe la versione in inglese letterario e maccheronico dell’amico che conta balle – e che annovera tra i migliori esponenti l’Albinati e il Trevisan. Sono più o meno romanzi come gli altri, ma basati su una storia vera, come le fiction di Canale 5. Works è la storia della vita lavorativa del Trevisan, prima che il Trevisan diventasse scrittore.

E qui si potrebbero dire cose già dette e già sentite, tipo impietoso ritratto del Veneto in cui i capannoni etc. etc., poi continuate voi a piacere che io degli impietosi ritratti mi sono rotto le scatole. Niente di diverso, ma più egocentrico e sicuramente scritto meglio, dal Maino di Cartongesso. Però, siccome è autofiction, quasi tutti i personaggi del romanzo (romanzo?) non hanno nome, ma solo soprannome o iniziali. Non so voi, ma le iniziali per designare un personaggio, a me fanno lo stesso effetto del tizio di spalle e con la voce camuffata dei casi umani che compaiono in tv. Oppure, peggio, sembrano quegli stralci di questura che tanto fanno eccitare i lettori del Fatto Quotidiano: il P. rivelava che il M. gli proponeva di fare mercimonio all’uopo suddetto, pur resosi conto della fattispecie in oggetto, proprosta dal F… Che noia: io apprezzo gli scrittori che pescano dalla vita vissuta, meglio se loro (Bukowski, Céline, McCourt, per dirne tre di scarsi), ma che abbiano la pazienza e il garbo di raccontarmela bene, la loro vita vissuta, romanzandola quel tanto che me la renda digeribile e non mi lasci l’impressione di leggere il diaro segreto di Vitaliano.
Però mi è piaciuto, e mi ha fatto passare quel poco di voglia di lavorare che ho. Di più, mi ha infastidito, di quel fastidio insofferente e rabbioso che ho contro l’andare a lavorare ogni mattina. E, ovviamente, muoio di invidia: Trevisan se l’è lasciato alle spalle, il mondo del lavoro, e io invece mi godo le meritate ferie prima di riprendere a timbrare il cartellino, più svogliato che mai.
E per lasciarci, una chicca, ché anche nelle migliori famiglie le chicche abbondano. A un certo, punto, preso da non so quale reprimenda, il Trevisan dice: Ma che cos’è l’Italia, pensai alzandomi e incamminandomi verso il Pantheon, se non un conglomerato di luoghi comuni. Prenderli a martellate, è uno dei miei compiti. Bravo, Vitaliano, magari comincia con questo, scritto proprio proprio da te: un febbraio di quel freddo umido che è molto peggio del freddo e basta. Io quando divento scrittore dedicherò un paragrafetto al freddo che ti entra nelle ossa, che è molto peggio del freddo e basta.

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