Tortelli & Porcelli

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All’inizio sembrava meglio, poi pian pianino peggiora, fino a diventare noioso. Peccato. Mi ha ricordato quando ero giovane e con un mio amico scrivevamo un romanzo. Anzi, IL ROMANZO per eccellenza. Ci mettevamo al computer e raccontavamo le storie che ci facevano ridere, unendole con un filo comune* . Siccome la mentalità era quella del cretino delle medie (ma avevamo vent’anni**) c’erano soprattutto sesso e prese in giro. Ci stava antipatico qualcuno? Detto fatto, in un attimo si ritrovava protagonista di un gustoso aneddotto letterario. C’era una ragazzina che solleticava i nostri peggiori istinti? E chi eravamo, noi, per negarle una parte nel magico mondo delle lettere?

Ecco, Tortelli & Porcelli non è molto diverso: un romanzetto scritto per far ridere gli autori, che ogni tanto fa ridere anche i lettori, ma molto meno di quanto uno si potrebbe aspettare. I protagonisti sono due gaudenti alcolizzati che, in quel dell’Emilia, e con puntate fino alla Romagna, indagano sulla morte di una nobile fanciulla un po’ maiala, tale Silvia Santi (sic). Non c’entra niente, ma io per anni ho pensato che sic fosse un’onomatopea topolinesca, tipo sigh, come a dire mi dispiace per quello che c’è scritto, ma è scritto proprio così. Non mi sbagliavo di molto.

Ma torniamo ai Tortelli & Porcelli. Il retroterra culturale del romanzo è una gioia per chi, come me, ha Ugo Tognazzi e Lino Banfi come numi tutelari. La storia è davvero stupida, la trama imbecille, i personaggi cretini. Ci sono violenza, morti ammazzati, alcol, sesso, maiali intelligenti, cattiveria gratuita. Insomma, dovrei valutarlo come un capolavoro assoluto e invece no. Manca qualcosa. Sembra di vedere gli autori darsi il cinque per una sciocchezza che hanno scritto, ecco, manca la necessaria distanza. La storia non è raccontata bene e difetta la coerenza narrativa. Pur ignornando, io, cosa sia la coerenza narrativa, mi cimento in una spiegazione: a un certo punto del romanzo fa la sua comparsa il narratore. Nel senso che entra dentro la storia, parla, si rivolge ai protagonisti. Prima, non c’era. Dopo, non ci sarà più. Come se gli autori abbiano scritto senza rileggersi, o rileggendosi abbiano ritenuto faticoso sistemare il tutto. E poi ci sono troppe citazioni. L’ennesimo orso al guinzaglio non fa più ridere, detto con sommo rispetto per il conte Mascetti.

Insomma, peccato per l’esito, ma tuttavia è apprezzabilissimo il tentativo di scrivere un romanzo stupido. Di fronte a scrittori pensosi e impegnati, che non ridono mai e credono che scrivere un libro sia, quantomeno, la struggente opera di un formidabile genio, ben vengano conta balle imbecilli che non si prendono sul serio.

*il filo comune del romanzo mio e del mio amico era una strana malattia, un’epidemia di mancanza di culo. La gente si svegliava senza il culo e non poteva più defecare. Quattro eroi andavano così in giro per il mondo per cercare un rimedio al morbo. Era davvero un gran romanzo.

**ora invece è tutta un’altra storia. 

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