La paranza dei bambini

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Ognuno di noi ha timori, paure, incubi, fobie. I più bravi se ne fanno una ragione e riescono a conviverci. Altri, come me, scelgono una strategia diversa. Sicuramente meno coraggiosa, probabilmente pavida: evitiamo le situazioni spiacevoli, le fuggiamo, fatichiamo – e non poco – per costruire un mondo in cui il terrore resti confinato fuori dal recinto che abbiamo innalzato. Non è un comportamento da persone mature, lo ammetto: i veri uomini prendono i problemi di petto e li risolvono. Io no, io scappo. I veri uomini, però, fanno pure le flessioni, bevono whisky, si indignano e scuotono la testa quando qualcosa palesemente non va come dovrebbe andare, fanno battute sul sedere della tizia che è appena passata, parlano di cilindrata delle macchine, si fanno la barba (o peggio: non se la fanno e la curano meglio di come Masahiko Kimura cura i bonsai), per cui non è che mi dispiaccia tanto non essere considerato un vero uomo.

Comunque, dicevo, io cerco di evitare la paura. E la mia paura più grande – lo confesso – è quella di avere un pensiero in comune – uno solo basterebbe per annientarmi – con un lettore di Libero. Io non voglio avere niente a che spartire con le persone che leggono Libero. Mi fanno paura loro e mi fa paura che io possa essere accomunato a loro. Per cui, ad esempio, se un ragazzo dalla pelle scura mi si avvicina per cercare di vendermi un noiosissimo libro di fiabe africane, e insiste, e insiste, e insiste… io non lo mando a quel paese come farei con un ragazzo dalla pelle chiara, perché ho paura di comportarmi come si comporterebbe un lettore di Libero. Se sapessi convivere con i miei problemi, io quel ragazzo dalla pelle scura lo caccerei via come caccio via chiunque mi si avvicini in strada, quando cammino pensando ai fatti miei e non voglio essere disturbato (cioè sempre). Per esempio, ieri c’erano dei ragazzi dalla pelle chiara che mostravano cartelli con su scritto free hugs e dispensavano abbracci. Io li ho scansati, evitati, persino schifati, con lo sguardo e con parole mormorate a fil di voce, come se invece di abbracci volessero darmi schiaffi. Il ragazzo che invece mi si è attaccato, il ragazzo scuro dico, gli ho sorriso e lui ha pensato che il sorriso potesse essere una breccia per vendermi i libri noiosi, e allora ci si è infilato, nella breccia, e ha insistito… insistito… insistito… finché non ha desistito, poveretto, persino un po’ triste per avere perso del tempo. Sarebbe stato più semplice fargli lo sguardo truce, dirgli uè madagascar, non mi rompere i coglioni con la voce del cavalier Zampetti, ma però quelle sono frasi da lettore di Libero, e comunque non credo di essere capace di fare uno sguardo truce.

Tutto questo ambaradan per dire che ho il terrore di biasimare Saviano, perché biasimare Saviano è una roba da lettore di Libero. E io, con i lettori di Libero non ci voglio avere niente a che fare (ad lib).

Poi Saviano ha quell’altra cosa della camorra che lo vuole ammazzare, per cui viene difficile smuovergli un appunto che arriva subito un altro lettore – stavolta di Repubblica con tendenza Fatto Quotidiano – con il ditino alzato: caro lei, volevo vedere se la camorra l’avesse minacciata a lei, l’avesse, volevo proprio vedere…. E insomma, a me mi dispiace che la camorra voglia ammazzare Saviano, figuriamoci, anche perché io sono contrario alla pena di morte per gli omicidi efferati, figuriamoci se l’approvo contro qualcuno che scrive male. Inoltre, lungi da me essere un complottista, ma comunque io non ci credo che la camorra vuole ammazzare Saviano. Voglio dire, se ammazzano Saviano perché fa brutti romanzi, a Baricco che gli devono fare? Ripeto, per me sono balle, non ce li vedo i camorristi tutti arrabbiati perché la trama non si sviluppa come piace a loro, oppure perché Saviano si incasina con le virgole o usa frasi che sarebbero roboanti anche in bocca al presidente dell’Assocommercianti uniti del Bottone Tipico Lombardo – Sezione di San Giuliano Milanese il giorno dell’inaugurazione della nuova sede. Ribadisco, secondo me c’è dell’altro. Però, se fosse vero che la camorra lo vuole ammazzare davvero, io a Saviano gli porgo tutta la mia solidarietà, come dicono quelli che sanno cosa dire nei momenti importanti. Se vuole sono anche pronto a firmare un appello. E a fare una fiaccolata. Con la faccia indignata.

Fatta questa breve premessa, veniamo a noi e alle critiche al romanzo di Saviano.

1) Si chiama La paranza dei bambini, ma se si fosse chiamata La paranza dei giovanotti, oppure La paranza degli adulti, o ancora La paranza delle persone di mezza età, non sarebbe cambiato niente. Voglio dire, scrivere dell’infanzia/adolescenza è cosa difficilissima e di certo non basta affermare che i protagonisti siano bambini. Ovvio, i bambini tirano, i bambini camorristi ancora più, ma però bisogna raccontarli, i bambini, bisogna che abbiano un senso, altrimenti hanno lo stesso scopo della bella ragazza o del gattino puccioso in home page sul Corriere.

2) Saviano che fa capolino a (quasi) ogni capoverso. Spiegazioni inutili, frasi roboanti, appesantimenti della trama che fanno scivolare il romanzo verso il PowerPoint da presentare al seminario sulla camorra: Lo sguardo è territorio, è patria, guardare qualcuno è entrargli in casa senza permesso. Io non riesco a leggere questa frase senza immaginarla recitate da Saviano stesso, con Fazio che annuisce pensoso al suo fianco. E di frasi del genere ce ne sono a bizzeffe.

3) A proposito di frasi roboanti con annessa spiegazione inutile: Come accade nelle lingue della carne vattere è un verbo che tracima dal suo significato. A parte che credo che manchi una virgola, ma chi se ne frega, non facciamo i pedanti. Concentriamoci piuttosto sul significato. Le lingue della carne? E quali sarebbero? Il napoletano è lingua della carne, immagino, mentre l’estone, per dire, l’estone no, l’estone figuriamoci se è lingua della carne, suvvia, l’estone, cosa mi tocca sentire! E nelle lingue della carne ci sono verbi che tracimano dal loro significato. Tracimano dal loro significato. I verbi, nelle lingue della carne, tracimano dal loro significato. Ah, se fossi un lettore di Libero ti direi io cosa tracima, caro Savy, nelle lingue della carne…

4) Vabbe’, ora leggetevi il libro anche voi, non è che devo segnarvi tutte le frasi wow di Saviano, non sono mica un adolescente. Però ce ne sono tante, davvero, troppe. Con Saviano che le recita e Fazio che annuisce.

5) Detto che Saviano fa il Saviano a ogni pagina, con spiegazioni sociologiche e considerazioni a metà tra la poesia scadente e il mattinale della questura, ogni tanto si confonde tra i punti di vista della narrazione (mannaggia a me che ho studiato scienze politiche, di sicuro c’è un modo più chiaro e preciso per spiegare questa cosa) e in mezzo alla savianate capitano parolacce, considerazioni pensate come se a pensarle fosse uno dei bambini della paranza. Ora, io non ci capisco granché, però stona: un momento ragiona sulle pietre di Forcella che sono vive e giù spiegazione pallosa sul nome Forcella, il momento dopo dice che qualcuno si mangia ‘a mmerda. Ci vorrebbe coerenza, credo, e non miscugli di narrazione.

6) Camorra 2.0. Sì, a un certo punto del libro dice camorra 2.0. Senza ridere, ché Saviano non ride mai. Vabbe’, ridi tu con la camorra che ti vuole ammazzare, direbbe il lettore di Repubblica tendenza Fatto Quotidiano.

7) La trama. Alcune persone dai buffi soprannomi vogliono fare i delinquenti e pigliarsi la città. Per raggiungere il loro obiettivo non esitano a sparare, cercano l’accordo con i vecchi criminali con lo scopo di prenderne posto appena sarà possibile. No, illusi, non stiamo parlando di Roma, questa è Napoli. Non è Romanzo criminale, e poi questi sono bambini. Bambini camorristi, pucciosi come il gattino di cui sopra.

8) Un’altra frase. Le spalle già ampie di Tucano erano diventate ampie, robuste…. Oh, mica è difficile, Savy, vai nel sito della Treccani, c’è la sezione Sinonimi e Contrari e peschi da lì. Oppure selezioni ampie quando scrivi, poi clicchi con il destro e ti fai suggerire un sinonimo da Word.

9) Ancora sulla pesantezza di Saviano. Fuori un’automobile aspettava Nicolas. Una Punto blu scuro come se ne vedono passare a centinaia in una via qualsiasi di una città qualsiasi. Perché deve spiegare? Poteva dire che fuori una Punto aspettava Nicolas. Finito. Non siamo completamente scemi – mica leggiamo Libero! – ce ne accorgiamo da soli che una Punto non è una Lamborghini. Voglio dire, la Punto ancora non c’era, ma persino i fratelli Savi avevano intuito che l’antenata della Punto blu scuro – la Uno bianca – fosse una macchina qualsiasi e soprattutto anonima, una macchina con cui passare inosservati. Non spiegare, Savy, non sei da Fazio, hai scritto un romanzo, non una lezione.

10) I protagonisti del libro – che sono bambini, c’è scritto nel titolo – utilizzano come intercalare la seguente frase: adda murì mammà. Adda? Sarebbe ha da, nel senso di deve, credo, scritto così male da fare quasi dispiacere. Però, penso, è una scelta stilistica, non condivisibile, ma pur sempre una scelta. E invece mi sa che è frutto del caso, perché in altre pagine c’è scritto hann’’a capì che, se la regola fosse una sola, dovrebbe essere anna capì. Immagino a inizio frase: Anna capì. E mo’ chi cazz’è ’st’Anna cca, guaglio’?

E poi è tardi, ci ho messo più tempo a scrivere queste sciocchezze che a leggere il libro. Alla fine resta un romanzo poco originale, scritto male e pensato peggio, con un finale da serie tv che lascia aperte le porte alla stagione successiva, pardon, al libro successivo. Una roba un po’ di cattivo gusto.

Direi che ha ragione un mio amico (non è che parlo solo di calcio, con i miei amici) e quando si parla di Saviano non si parla di uno scrittore, no, ma di un personaggio pop come Sgarbi, come Padre Pio, come Morgan… Non li dobbiamo valutare più nel settore da cui provengono – la letteratura, la religione, la musica – ma giudicarli solo in base al loro essere pop.

Grazie, Andy.

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