Le otto montagne

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Lamberto Dini è bruttissimo. Dice: sì, ma si veste bene. Porca puttana, brutto com’è ci mancherebbe altro che si vestisse male.
Paolo Hendel

Ognuno ha i maestri che si merita e io, sia detto senza falsa modestia, Paolo Hendel me lo merito tutto. Così, mentre leggevo Le otto montagne, riflettevo sul pensiero dell’istrione fiorentino e lo malleavo alla bisogna: che sia, questo libro, equivalente letterario del succitato dirigente d’azienda, economista e politico italiano (fonte: Wikipedia) dai lineamenti non così gradevoli ma che, tuttavia, indossa capi di pregevole fattura? Per rispondere a tale domanda, c’è bisogno di uscir di metafora e affrontare la vexata quaestio che tanto fa tribolare i critici più esperti: si può scrivere bene una brutta storia? E, specularmente, si può scrivere male un bel romanzo?

Partendo dalla fine, direi che la risposta all’ultima domanda non può che essere negativa.

Non esiste un bel romanzo scritto male perché la buona scrittura – le parole, le frasi, lo stile, il tono, il suono, le virgole, etc. – è condizione necessaria per raccontare una storia. Non può esistere una bella casa costruita male, perché mi casca sulla testa. Non può esistere un bel piatto cucinato male, perché non riesco a mandarlo giù. Non può esistere un bel libro scritto male, perché non riesco a leggerlo. Quindi, se un libro è scritto male, allora è un brutto libro. A prescindere da quello che vorrebbe raccontare, perché se è scritto male io non ci capisco niente, mi stanco, e invece di leggere vado a fare una passeggiata. Fermato ciò, il passo per rispondere alla prima domanda – si può scrivere bene una brutta storia? – è breve: se è vero che la buona scrittura è condizione necessaria per un buon romanzo, è altrettanto vero che non è condizione sufficiente. Una casa costruita bene non per forza è una bella casa, un piatto cucinato bene non per forza è un bel piatto (mi sto incartando con le metafore, bisogna che mi dia una calmata), e così un romanzo scritto bene non è per forza un buon romanzo.

Con un po’ di sudore sulla fronte, sono arrivato dove pressappoco volevo arrivare, e cioè a dire che Le otto montagne sono come Lamberto Dini, un libro bruttissimo. Dice: sì, ma è scritto bene. Porca puttana, brutto com’è ci mancherebbe altro che fosse scritto male. Anzi, a dirla tutta, il fatto che sia scritto bene è un’aggravante. Tutte quelle belle parole, quelle frasi che scorrono, il gergo montanaro così preciso, le descrizioni da far impazzire zia Savina, leggete un po’:

Solo un oggetto si riscattava dalla mediocrità ed era una stufa nera, di ghisa, massiccia e severa, con la maniglia di ottone e quattro fuochi su cui cucinare.

Io non sono mica buono a fare frasi del genere. Se avessi dovuto dire io, quella roba là, avrei scritto c’era una stufa. Anzi, nemmeno l’avrei detto, io le stufe nemmeno le colgo, tantomeno massicce e severe. Una stufa severa. Vedi come fa rigare dritto i fuochi, la stufa severa. A casa mia c’ho la stufa anarcomollacciona: i fuochi fanno quel che gli pare a loro. Quello medio, in basso a sinistra, per tenerlo acceso bisogna fargli le moine, anche se mia moglie dice che va solo con un colpo secco. Io non ci credo, io sono per la persuasione, non sono severo come la stufa di Cognetti. Quello grande, per la pentola dell’acqua, non conosce mezze misure: o pompa al massimo oppure si spegne, offeso, con la conseguenza che per fare una pastasciutta servono sette metri cubi di gas. Comunque, la frase di Cognetti è davvero bella. Ci sono un sacco di frasi così e il rimpianto mio è quello solito: non avere la Smemoranda per segnarle tutte e farle leggere alla compagna di banco facendo la faccia di chi la sa lunga.

Ma comunque, dicevo dell’aggravante. Cognetti scrive bene, davvero bene, e ogni frase è un invito a proseguire. Solo che… solo che… solo che racconta una storiella banale, noiosa, un soggetto buono per una fiction su Rai Uno, in prima serata, mentre noi scafati guardiamo Trapped in streaming (;-)). L’insieme di segni di interpunzione appena superato sarebbe il tentativo non so quanto riuscito di mettere una faccina con occhiolino tra parentesi. C’è l’ambientazione montanara (a proposito della fiction, farebbe un figurone la scritta con il patrocinio dell’amministrazione comunale di…), ci sono lunghe passeggiate, ci sono persone che parlano poco e poi si sciolgono davanti a un buon bicchiere di vino. C’è la storia di un’amicizia tra bambini/adolescenti che sembra scritta da uno che da bambino/adolescente non abbia mai avuto un amico, montanaro o no. Ci sono vite che vanno avanti come nel peggior incubo andreadecarliano: gente che legge Hemingway (mannaggia! Hemingway! Io la gente che legge Hemingway l’ho conosciuta solo nei romanzi), va in Nepal, fa documentari sulle popolazioni dell’Himalaya che mentre lo leggi ti immagini Jovanotti che sorride compiaciuto mentre sottolinea quel passo. Poi c’è gente che è nata in montagna e dalla montagna non può andare via, costruisce case a gratis tutto a mano, tipo MacGyver, non parla, pascola le mucche (che parli con le mucche, tipo i personaggi di Garcia Marquez sì mirabilmente berlinati da Efraim Medina Reyes?) e altre amenità simili.

Io andrei avanti a parlare di Cognetti, otto montagne, Jovanotti, Andrea De Carlo e cose del genere, ma la mia bimba domenica ha il saggio di ginnastica e ho promesso che la portavo da Decathlon a comprare le calze apposta, che sarebbero quelle che non si vede la cucitura nel sedere, o qualcosa di simile. Va a finire che torno con la canotta di LeBron James.

Ma soprattutto, la ginnastica si fa con le calze?

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4 pensieri su “Le otto montagne

  1. D’accordo su tutto.
    La stufa severa coi pomi d’ottone e i manici di scopa mi ha fatto sospendere la lettura del romanzo per qualche giorno. Poi l’ho finito ma insomma…..
    Sulla canotta di Lebron James mi sono alzato in piedi ad applaudire.
    Grazie

    Mi piace

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