Gente che corre

blog

Ormai è da un po’ che vado a correre. Avendo la soglia del ridicolo molto bassa, fatico più a definirmi runner che a percorrere venti chilometri senza fermarmi mai. Qualche tempo fa avrei preso per matto chi si fosse messo a correre senza nessuno armato di coltello alle calcagna, adesso invece leggo persino la sezione Running della Gazzetta.

Ho corso a tutte le ore, con il ghiaccio, la pioggia, la neve, il sole, il vento, meno sette e più trentotto, in campagna, in città, sugli argini, tra i campi, mandando a quel paese automobilisti che sfrecciano a ottomila all’ora in una stradina larga due metri, e venendo insultato dai cacciatori che aspettano il leprotto, poveretti, e io li disturbo con i miei agili balzi.

Ho temuto una scrofa con prole; sono stato assalito da cani neonazisti; ho incrociato un asino che mi ha guardato incuriosito, una mattina che stava appena sorgendo il sole, chiedendosi chi, tra me che arrancavo e lui che ruminava docile, fosse il somaro; sono affondato nel limo del Reno, scivolato sulla rampa della Coop, caduto nel canale dietro casa; ho visto una ragazza infilarsi l’ago di una siringa nel braccio, dietro un casolare mezzo crollato; e nello stesso casolare ho visto ragazzini fumare le prime canne; ho visto pensionati portare a spasso il cane e fotografi della domenica immortalare i girasoli, come se Van Gogh fosse passato invano sulla terra.

Ho visto un sacco di cose, ecco, ma niente vale lo spettacolo dei colleghi runner o aspiranti tali che allietano le mie corse.

Colui che umilia

Età indefinibile, lungo e secco, cranio rasato, pelle tirata bruciacchiata dal sole. Indossa pantaloncini cortissimi che mettono in risalto le gambe muscolose e canottiera celestina di cotone. Calza scarpe Diadora del 1982, ottima annata. Va spedito, schiena dritta, passo lungo. Posso uscire alle sei del mattino o alle nove di sera, dopo venti minuti arriva e mi supera senza degnarmi di uno sguardo, al doppio della mia velocità, un po’ infastidito che mi stia cimentando nella sua stessa arte. Probabilmente appartiene a una tribù di maratoneti professionisti che abitano le campagne attorno alle strade percorse dai runner. Appena ne vedono uno, saltano fuori dalle buche in cui vivono, umiliano il malcapitato e tornano a rintanarsi in mezzo ai campi di mais. Talvolta colui che umilia diventa colei che umilia. Il dimorfismo sessuale, in tale specie, è facilmente individuabile dal colore della canottiera: celestino per lui, rosa pallido per lei. Le Diadora invece restano invariate. Il grado di umiliazione non è correlato al sesso di chi la infligge.

La coppia giovane

Lui ha le gambe arcuate, pantaloncini che starebbero larghi a Ibrahimovic, sfoggia l’ultimo taglio di Cristiano Ronaldo e indossa scarpe affusolate, tipo calcetto, ma senza tacchetti. Lei è stretta in un paio di leggins, ha una felpa variopinta, la coda di cavallo, gli occhiali da sole e parecchia voglia di essere da un’altra parte. Compaiono sulle strade in concomitanza del primo sole di primavera, ovviamente di sabato pomeriggio, e poi non si fanno più vedere. Lui torna a giocare a pallone, lei riprende la vita da wag di provincia, pronta a spellarsi le mani al prossimo gol del suo dybalino con la maglia della Torneria Meccanica Santagatese.

Il tecnologico

Trentasette anni, analista statistico alla Banca Popolare delle Tre Valli di Cisanova (sì, è lui che dà dignità scientifica ai prodotti finanziari che il suo splendido collega vi offre con un sorriso smagliante, perfettamente consapevole di ridurvi sul lastrico entro quattordici, massimo sedici mesi), non esce di casa se non ha, nell’ordine: a) orologio gps al polso; b) cardiofrequenzimetro integrato negli occhiali; c) mini sonda Schiaparelli che registra ogni dato rilevato sul malleolo sinistro; d) scatola nera inserita al di sotto delle vertebre cervicali, collegate via wifi con lo smartphone di Super Vicky; e) lettore mp3 connesso tramite bluetooth con uno zio che canta sotto la doccia; d) soprattutto, prima di tutto, oltre tutto, un enorme tablet assicurato con cavi d’acciaio del diametro di otto millimetri al braccio destro. Dal momento che registra i dati della corsa con l’orologio, la mini sonda Schiaparelli e il cardiofrequenzimetro, mi chiedevo che cosa se ne facesse, di quel tablet da 106 pollici. Finché un giorno nuvoloso, vedendo il Tecnologico arrancare, ho finalmente saziato la mia curiosità: il tablet non è un tablet, ma un pannello solare portatile costruito contro i poteri forti da un perito elettrotecnico diplomato alle serali e iscritto al meetup Cinquestelle di Comacchio, e perciò orrendamente ammazzato dopo essere stato stuprato da un agente segreto israeliano prezzolato dal Club Bilderberg. Il tecnologico immagazzina l’energia solare tramite il finto tablet e la trasferisce alla suola delle scarpe: così facendo, nonostante l’hardware che lo attanaglia, corre in meno di cinque minuti a chilometro. Quando è nuvoloso, però, non riesce a starmi dietro.

Chiara Ferragni

Ha trent’anni, sempre trent’anni, fra dieci anni avrà trent’anni, anche se la carta d’identità dira cinquanta. Corre soave, con leggiadria, come se invece dei campi di grano avesse attorno un pubblico pronto ad ammirare la sua mise. Ha almeno otto tenute da running diverse, ognuna delle quali si sposa a meraviglia con i fiori che sbocciano lungo le strade che si degna di percorrere. Talvolta, se l’abbigliamento non fa pendant, sono i fiori a cambiare colore e adattarsi ai suoi risvoltini. Non suda mai – certe cafonate non le appartengono – e quelle goccioline che vedete imperlarle la fronte non sono sudore, ma Chanel N°5. Io sinceramente preferisco la versione invernale, quando sembra la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, così dolcemente infagottata in sciarpa, cuffia e guanti cuciti a mano da un bambino haitiano denutrito di nome Joselito. E che non si dica che a fare running ci si annoia: una volta, qualche settimana prima che morisse, ho visto Ottavio Missoni disegnarle personalmente le strisce pedonali.

Manuelone

Di solito si sente il rumore, molto prima che riusciate a vederlo. Dapprima un ansimare lontano, come brezza che fa tintinnare le foglie. Poi via via più forte: all’approssimarsi del personaggio in questione, la brezza si trasforma in uragano, ma non preoccupatevi, è solo il buon Manuelone che cerca di ossigenare le due tonnellate di cellule che lo compongono. Un giorno che c’era molto caldo e non avevo voglia di allenarmi, mi sono seduto all’ombra di Manu che correva e ho potuto apprezzare e catalogare i seicentonove suoni che regala dalle vie respiratorie. Si va dal fischio acuto della locomotiva ottocentesca al barrito dell’elefante adulto maschio in buona salute, passando per i cori di sostegno al Millwall Football Club emessi dalla narice destra, fino all’ululato del coyote in amore. Mentre venivo cullato da tali sinfonie, ho avuto modo di concentrarmi sul marsupio. Alcuni studiosi ritengono che si tratti di leggenda, ma io posso smentirli e confermo di averlo visto: il marsupio di Manuelone esiste. All’interno, lo stretto necessario per ovviare alla crisi di fame che potrebbe sopraggiungere nel corso dei tre minuti e dodici secondi di attività fisica del nostro subcontinente umano: centoundici kg di coda alla vaccinara liofilizzata; sedici barre di Toblerone da un metro; l’intera dispensa del ristorante Al Curvone; trenta tonnellate di aiuti alimentari ai popoli colpiti dal sisma; quattro ettari di terreno coltivati a foraggio, quatto a granturco e quattro lasciati a maggese per via della rotazione triennale; due fusti di Powerade, quello blu, da cinquanta litri cadauno; otto forme di Parmigiano Reggiano DOP per garantire il regolare apporto di sali minerali all’organismo; una confezione di Actimel Zero Grassi. Manuelone, inutile dirlo, appare una volta l’anno e poi scompare. Alcuni ritengono che subito dopo la corsetta abbia conosciuto una mandria di mucche e le abbia sposate tutte, in barba alle leggi che non permettono la poligamia; altri danno credito alla furia omicida delle coyotesse arrabbiate, dapprima attratte da un ululato così virile e infine deluse dall’adipe insoddisfacente; altri, ancora, pensano che Manuelone abbia incontrato Francesco Amadori e insomma, ecco, non vorrei dirlo, ma siete sicuri che sia pollo quello che avete mangiato ieri?

Bella Hadid

Bella Hadid è bella. Io, per barcamenarmi in questo palcoscenico che calchiamo tutti i giorni e che chiamiamo vita, ho bisogno di alcuni punti fermi: uno è che il prossimo libro di Barico sarà peggio del precedente, un altro è che Bella sia bella. Come runner abbiamo visto di meglio, ma come essere umano di sesso femminile no, senza dubbio. Bella corre, ma se facesse la parrucchiera o l’astrofisica sarebbe lo stesso: ci perderemmo dietro, dentro, davanti, sopra e sotto la sua bellezza. La speranza, quando esco per correre, è quella di non incontrarla, altrimenti ogni proposito di abbassare i tempi al chilometro va a farsi benedire. Bella è bella e, come si diceva per Marilyn Monroe, ha delle curve in posti dove le altre donne non hanno nemmeno i posti. Ho visto con i miei occhi fior di maratoneti mandare all’aria mesi e mesi di allenamento solo per starle dietro, ignorando tabelle di marcia, ripetute, allunghi, scatti, progressioni, completamente obnubilati dal movimento di quelle chiappe. Su e giù, su e giù, su e giù, lentamente e con grazia, su e giù, su e giù, su e giù… All’inizio della primavera, quando Bella sfodera shorts e canotta dopo un lungo letargo invernale, bastano dieci minuti di corsa lenta per avere appresso settantamila uomini – tra cui persino alcuni lettori di Michela Marzano – pronti a tutto pur di non perdere di vista quel soave ondeggiare. Se Bella si girasse e desse ordine di assaltare la Camera dei Deputati, signori miei, qua di democrazia non parlerebbe più nessuno, statene certi. Una volta ho incrociato Bella e ho gettato innocentemente lo sguardo sul suo petto. I capezzoli tendevano contro la canottiera e puntavano in alto, ho seguito la direzione e in preda all’estasi mi è apparso l’Arcangelo Gabriele. Mi sono buttato a terra, ho pregato tutti i santi, e a compieta ho cominciato a leggere un romanzo di Alessandro D’Avenia. Un consiglio: se vi volete allenare per bene, evitate Bella. Vi scamperete anche D’Avenia.

L’incellophanata

Dev’essere che ha letto su una rivista che sudare fa bene. Qualunque sia la temperatura esterna, lei si veste come un liquidatore di Chernobyl. Prima di uscire di casa infila i piedi nei sacchetti freezer Cookie Gelopiù e si fascia le gambe, il corpo e le braccia con il DomoPak trasparente ultra aderente. Ricopre il tutto con una tuta in triacetato verde fosforescente con inserti gialli e si intabarra per bene con cuffietta e foulard, anch’essi verdi con inserti gialli. Poi, con somma sapienza, bucherella l’abile confezionamento per dare modo ai liquidi in eccesso di fuoriuscire. Un pomeriggio di giugno le correvo dietro, il termometro segnava più trentadue gradi e un vecchio reduce della battaglia di El Alamein rimpiangeva i bei tempi andati. L’incellophanata procedeva a passo spedito, ha aperto il giacchino della tuta e ha cominciato a sgorgare, dandomi finalmente modo di capire il significato della frase dopo di me, il diluvio. La strada è diventata un fiume, le campagne attorno un mare, le nutrie hanno creduto di essere salmoni e si sono messe a risalire la corrente, una banda di trafficanti di uomini senza scrupoli ha caricato i gommoni e trasportato migliaia di disperati padani sulle coste libiche, tutto ciò mentre lei procedeva imperterrita, incellophanata e felice, convinta di fare tutto il necessario per superare la prova costume.

Kalenji

Non gli interessa correre, non gli piace nemmeno. Nella vita ha solo uno scopo: andare da Decathlon la domenica pomeriggio, riempire di abbigliamento tecnico tre cestini azzurri, tornare a casa, provarlo davanti allo specchio e uscire a fare il giro dell’isolato. Ha una serie completa di k-way, catalogati in base alla protezione che offrono contro vento e pioggia. Nel suo armadio ci sono fasce, cappelli, guanti, cuffie, calzini, felpe e pantaloni, tutti con la banda fluorescente. Ha un capo di abbigliamento per ogni combinazione di temperatura e umidità: potrebbe prestare i vestiti agli iscritti della dieci miglia non competitiva di Sassum Scriptum e gliene resterebbero comunque per ricoprire i partecipanti alla maratona di New York. Di solito esegue dodici sessioni giornaliere di allenamento, in modo tale da abbigliarsi ogni volta in maniera diversa.

Il paramilitare

Predilige sterrati, sentieri poco battuti, argini dei fiumi, canali impervi, casolari abbandonati, guadi difficoltosi. Indossa solo ed esclusivamente abbigliamento dalla fantasia (fantasia?) mimetica, si guarda continuamente intorno, sempre attento, e ogni tanto si lancia a terra ispirato da Rambo e comincia a fare flessioni con un braccio solo. Lo incontrate quando deviate dalla via maestra e vi inoltrate in un percorso nuovo: voi vi accorgete solo all’ultimo, ma lui vi ha già visto e la sua mente tattica sta valutando che tipo di combattente siate. Se lo incrociate, abbassate lo sguardo e continuate dritti, senza dargli importanza, come fareste con un cane minaccioso. Attenzione, non salutatelo mai: è solito interpretare ogni parola come gergo vietconghese, potrebbe ordinare un assalto e farvi prigioniero.

Il pluripremiato

Corre da quando aveva cinque anni e mezzo e, ora che ha ottantadue secoli, si sente in dovere di disprezzare gli altri runner. Era subito dietro Fidippide, lui, quando il militare ateniese è partito verso l’Acropoli per annunciare la vittoria sui persiani. Da quel giorno, il nostro pluripremiato, non manca una gara. Le corsette durante la settimana sono solo un diversivo, quasi un capriccio per uscire a vedere l’aria che tira. Il suo scopo è gareggiare la domenica mattina: è disposto a fare centinaia di migliaia di chilometri, pur di competere con altri esaltati come lui. Lo riconoscete facilmente per via della canottiera con il numero di gara: non riesce nemmeno a partire, senza il pettorale. Talvolta, quando le crisi di astinenza da competizione si fanno più dure, obbliga quella santa donna della moglie a prendere una scacciacani modificata e dargli lo start dal balcone di casa.

Il bio runner

Fosse per lui, correrebbe nudo. Non potendo, si accontenta di andare scalzo. Come il paramilitare, disprezza l’asfalto e ama la terra, ma non c’è niente di bellicoso nel suo comportamento. Adora la natura, le piante, i sassi, persino le zanzare. Corre felice, senza cardiofrequenzimetro, senza orologio, senza musica alle orecchie perché lui, il bio runner, preferisce ascoltare sé stesso e le sensazioni che il proprio organismo gli regala. Potete incontrarlo se lasciate la strada principale, dopo aver evitato il paramilitare, oppure al pronto soccorso, quando aspetta di essere visitato perché preda degli spasmi del tetano.

Signora News 24

Viaggiano a tre a tre, vestite come se stessero correndo, ma sono quasi ferme. Potrebbero stare sedute nel salotto di casa, ma hanno letto la stessa rivista dell’incellophanata e si sono convinte che fare running abbia effetti benefici per la salute. Hanno un’età indefinita tra i cinquanta  e i sessanta anni, sono alte un metro e cinquanta, larghe quattro, indossano scarpe basculanti e hanno tinte di capelli che variano dal biondo al ramato. Le trovi in mezzo alla strada e devi stare molto attento, quando le superi: il vortice di parole che esce dalle loro bocche non conosce pause, potresti venirne risucchiato. Sanno tutto, conoscono tutti, e i loro discorsi spaziano dall’ultimo flirt di Belen alle notizie sul figlio di quella dell’edicola che è tornato dalla mamma dopo che la moglie lo ha lasciato per un rappresentante di articoli da giardinaggio. Michele, si chiama. No, non quella dell’edicola in piazza, l’altra, quella vicino a Silvana la parrucchiera. Michele? Io sapevo Daniele…

L’impiegato comunale

Ora, lo so che non sta bene prendersela con i dipendenti pubblici e non bisogna dare adito alle chiacchiere qualunquiste che li dipingono come fannulloni, però io conosco un impiegato comunale che ha iniziato a fare running perché in qualche modo bisogna pur stancarsi, accidenti. Il problema è che il settore pubblico lo ha così tanto contaminato che anche quando va a correre si comporta come se fosse a lavoro: decide che deve fare mezz’ora, bene, fa venti minuti di corsa e il resto pausa. Si mette in testa di percorrere dieci chilometri? Ne fa otto, poi passa al Caf Cgil per farseli riconoscere tutti. Lo potete individuare facilmente: è svogliato, corre senza impegno e, se per sbaglio incrociate lo sguardo con lui, siete rovinati. Non aspetta altro che iniziare a chiacchierare.

Io

Poi ci sono io, che non sono mica ridicolo come questi fenomeni che ho descritto. Ad esempio, a me, della competizione frega niente. Per cui, brutto bastardo che da un anno a questa parte mi raggiungi e mi superi, cosa mi dici della corsetta di domenica mattina? Non ce l’hai fatta, eh, stronzo? Ti ho visto con la coda dell’occhio e ho pensato che accelerassi per venirmi a prendere. E invece no, stavolta niente, stavolta ho accelerato io, le gambe non mi facevano male, il fiato reggeva, e tu non ce l’hai fatta. Mi sono girato ed eri lontano, un puntino fosforescente all’orizzonte, poverino, hai battuto la fiacca. Quindi, se mi stai leggendo, l’appuntamento è per domenica prossima, intorno alle sette e trenta, vicino al Reno, dove finise l’asfalto e inizia la strada bianca. Allacciati bene le scarpe, mi raccomando.

Annunci

13 pensieri su “Gente che corre

  1. aha hahahha ahhaa

    due cose: 1 che dal mese prossimo vorrei riprendere a correre anche io e man mano cercherò di capire in che categoria ricado

    2 volevo mettermi a leggere D’avenia ma mi sa che lascio perdere in partenza

    Mi piace

  2. Manuelone batte tutti. Lo si trova anche in palestra, tutto convinto con la sua tenuta nuova di zecca, e mille propositi di cui son lastricate le vie dell’inferno di perdere 50 kg e lo vedi sul tappeto, e poi usa gli attrezzi e poi sulla cyclette, sul vogatore, e lui ansima e ansima e… dopo 3 lezioni sparisce nel nulla e appare su chi l’ha visto.

    Mi piace

  3. Ahahahahahah. Io mi sento un po’ a metà fra Kalenji e Manuelone. Nel senso che corro pochi e specifici giorni all’anno vestita da capo a piedi da Decathlon! Anche io ho un libro D’Avenia, quindi dici di no?

    Mi piace

    • Al secondo commento su D’Avenia mi decido: lo leggo. Quanto a Decathlon, credo sia il mio posto preferito del mondo, assieme a quel pezzo di Appennino tra il Corno alle Scale e il lago Scaffaiolo, e subito dopo il Poetto a settembre quando il sole tramonte e stappi una birra.

      Liked by 1 persona

  4. Accidenti, avresti dovuto chiudere con VanGogh, fino a lì è un brano serio, a tratti poetico a tratti ironico, gradevole con risvolti originali (l’incontro col somaro, i fotografi di girasoli, la ragazza che si buca). Dopo e’ una lista, piena di brio, d’accordo, ma priva di anima.
    ml
    (parere strettamente personale)

    Mi piace

    • È un parere anche mio, il tuo. Solo che ogni tanto vengo preso dalla sindrome di credermiclaudiobisio e mi credo simpatico e vado avanti come un bambino la cui mamma non gli dice di smetterla.

      Mi piace

  5. basta correre anche solo un km per essere un runner! purtroppo i runner di vecchia data secondo il mio parere sono i peggiori: credo si sentano parte di chissà quale casta o club esclusivo. La competizione non è l’essenza del running. L’importante è muoversi, come lo si fa non è rilevante 🙂

    Liked by 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...