Le memorie di Tonino

La cosa più bella dei racconti è pensarli. Io sono proprio felice, quando li penso. Poi mi metto a scriverli e la felicità scappa via, lentamente, fino a quando metto il punto all’ultima riga e non resta più niente. Buona lettura.

Non ne posso più. Sono stanco, triste, mi sento sconfitto. Avessi vent’anni non resterei di certo inerme, sul divano, con le avvolgibili sollevate appena per non restare al buio. Mi alzerei per lottare, come ho sempre fatto finché le energie mi hanno sostenuto. Ormai sono vecchio, però, e nessun obiettivo è meritevole dello sforzo necessario per essere raggiunto. Vorrei morire. Da ragazzo non ero così, per niente, mi divertivo a provocare e non lasciavo passare indenni le offese. Attiravo le maldicenze, me le cercavo, per poi ribaltare il discorso in faccia a chi mi insultava. Adesso sono solo, e la solitudine è la disgrazia che mi pesa di più. Se volete lanciare una maledizione a qualcuno, augurategli di restare solo e finire i giorni in una casa enorme e vuota, senza altre voci che non siano quelle della televisione. E se proprio lo odiate, augurategli prima di vivere una vita piena, cosicché la solitudine sia più struggente al confronto con gli anni passati. In pratica, augurategli di stare come sto io adesso. Continua a leggere

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Anna Pop Frank

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Andy Warhol se era vivo secondo me stava come minimo sorridendo e dicendo ve l’avevo detto, io.

Tempo da elfi

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E un giorno ti svegli stupito e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici (absit iniuria verbis, ma è colpa della citazione, non mia) gialli con cui passavi i pomeriggi da solo… Ma sono solo gialli noiosi, pesanti, banali, triti, scontati, frusti, vetusti, scritti apposta per Concita e nemmeno per tirare su due soldi, spero, che Guccini e Macchiavelli ormai sono anziani e di soldi, vada come vada, ne hanno fatti abbastanza. Insomma, credo che scrivano proprio così, loro, e queste siano le storie che riescono a raccontarci.
Solo che io non riesco più a leggerle. Sono libri per Concita, dicevo, e ora lo so che mi tocca spiegare. La definizione dei libri Concita è mia, ma l’etichetta no, purtroppo, ché ci rimango male quando qualcuno ha un’intuizione meglio delle mie. Concita – ovviamente- è Concita De Gregorio, quella che somiglia a Scarlett Johansson, non ride mai, ha diretto l’Unità, non ride mai, scrive per Repubblica, non ride mai, ogni tanto appare sui Rai 3, non ride mai e al massimo fa un mezzo sogghigno e infila la stanghetta degli occhiali tra le labbra. Concita, dicevo. Concita è quella che ci rassicura, ci rafforza, ci spiega che abbiamo ragione. Concita prende posizione e la posizione è quella giusta. Concita è educata, adeguata, corretta, niente da aggiungere, Concita ha sempre una buona parola per chi se la merita e una faccia schifata per chi, invece, si merita solo disprezzo. Concita sono i pensieri che ci danno forza, i pensieri educati, Concita è la raccolta differenziata e la macchina parcheggiata dentro le strisce con il disco orario messo puntuale, Concita è la mia professoressa delle superiori, Concita sono le certezze che abbiamo e che soprattutto abbiamo bisogno che vengano rinvigorite, di tanto in tanto.
Ecco, i libri Concita sono la stessa cosa. Sono quei libri per quando non abbiamo voglia di leggere, siamo stanchi e ci rifugiamo nel nostro cantuccio consueto. I libri Concita sono come il piatto che cuciniamo sempre, quello che ormai abbiamo imparato e perfezionato e che sfoderiamo quando desideriamo rinfrancarci senza imbarcarci nella costruzione di una Sacher.
Dette tutte queste sciocchezze, io Guccini e Macchiavelli, che tra l’altro mi piaceva di più quando aveva una c di meno e si occupava di principi, li lascio qua, a meno di metà.
E a voi lascio un consiglio: se volete leggere dei gialli Concita, ma con un po’ più di brio e freschezza, leggete i miei, che sono più belli.