Tempo da elfi

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E un giorno ti svegli stupito e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici (absit iniuria verbis, ma è colpa della citazione, non mia) gialli con cui passavi i pomeriggi da solo… Ma sono solo gialli noiosi, pesanti, banali, triti, scontati, frusti, vetusti, scritti apposta per Concita e nemmeno per tirare su due soldi, spero, che Guccini e Macchiavelli ormai sono anziani e di soldi, vada come vada, ne hanno fatti abbastanza. Insomma, credo che scrivano proprio così, loro, e queste siano le storie che riescono a raccontarci.
Solo che io non riesco più a leggerle. Sono libri per Concita, dicevo, e ora lo so che mi tocca spiegare. La definizione dei libri Concita è mia, ma l’etichetta no, purtroppo, ché ci rimango male quando qualcuno ha un’intuizione meglio delle mie. Concita – ovviamente- è Concita De Gregorio, quella che somiglia a Scarlett Johansson, non ride mai, ha diretto l’Unità, non ride mai, scrive per Repubblica, non ride mai, ogni tanto appare sui Rai 3, non ride mai e al massimo fa un mezzo sogghigno e infila la stanghetta degli occhiali tra le labbra. Concita, dicevo. Concita è quella che ci rassicura, ci rafforza, ci spiega che abbiamo ragione. Concita prende posizione e la posizione è quella giusta. Concita è educata, adeguata, corretta, niente da aggiungere, Concita ha sempre una buona parola per chi se la merita e una faccia schifata per chi, invece, si merita solo disprezzo. Concita sono i pensieri che ci danno forza, i pensieri educati, Concita è la raccolta differenziata e la macchina parcheggiata dentro le strisce con il disco orario messo puntuale, Concita è la mia professoressa delle superiori, Concita sono le certezze che abbiamo e che soprattutto abbiamo bisogno che vengano rinvigorite, di tanto in tanto.
Ecco, i libri Concita sono la stessa cosa. Sono quei libri per quando non abbiamo voglia di leggere, siamo stanchi e ci rifugiamo nel nostro cantuccio consueto. I libri Concita sono come il piatto che cuciniamo sempre, quello che ormai abbiamo imparato e perfezionato e che sfoderiamo quando desideriamo rinfrancarci senza imbarcarci nella costruzione di una Sacher.
Dette tutte queste sciocchezze, io Guccini e Macchiavelli, che tra l’altro mi piaceva di più quando aveva una c di meno e si occupava di principi, li lascio qua, a meno di metà.
E a voi lascio un consiglio: se volete leggere dei gialli Concita, ma con un po’ più di brio e freschezza, leggete i miei, che sono più belli.

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Il cammino dell’acqua

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Mi piacciono le storie di viaggio, meglio se a piedi o in bicicletta. Però allo stesso tempo non sopporto le ciance spirituali, il terzo mondo, le culture millenarie, lo spirito comunitario, le tradizioni di una volta, il commercio equo-solidale, i riti tribali, il buon selvaggio, le religioni orientali, la ricerca di sé stessi, l’utopia, la metafora e soprattutto la schiuma nel cappuccino. Lo so che non c’entra molto, però il discorso stava prendendo una piega troppo intelligente per i miei gusti e bisognava riportarlo a terra. Comunque, la schiuma nel cappuccino non mi piace davvero, né liquida né solida, inconsistente, sembra bava, bleah. Non capisco come si possa trangugiare una roba simile. Continua a leggere

Piccola osteria senza parole

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Intanto, la copertina. L’ha disegnata Alessandro Gottardo e si farebbe un torto a non citarlo. È talmente bella che le pagine potrebbero essere pure bianche, dentro. Ci accontenteremmo e terremmo il libro sull’Expedit all’ingresso, come se fosse quel disegnino di Keith Haring che ci piace guardare quando rientriamo a casa. Continua a leggere

Le otto montagne

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Lamberto Dini è bruttissimo. Dice: sì, ma si veste bene. Porca puttana, brutto com’è ci mancherebbe altro che si vestisse male.
Paolo Hendel

Ognuno ha i maestri che si merita e io, sia detto senza falsa modestia, Paolo Hendel me lo merito tutto. Così, mentre leggevo Le otto montagne, riflettevo sul pensiero dell’istrione fiorentino e lo malleavo alla bisogna: che sia, questo libro, equivalente letterario del succitato dirigente d’azienda, economista e politico italiano (fonte: Wikipedia) dai lineamenti non così gradevoli ma che, tuttavia, indossa capi di pregevole fattura? Per rispondere a tale domanda, c’è bisogno di uscir di metafora e affrontare la vexata quaestio che tanto fa tribolare i critici più esperti: si può scrivere bene una brutta storia? E, specularmente, si può scrivere male un bel romanzo?

Partendo dalla fine, direi che la risposta all’ultima domanda non può che essere negativa. Continua a leggere

Bruciare tutto

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Io di libri brutti ne ho letti – persino uno di Christopher Hitchens, una volta – ma questo qua li supera tutti. Ma davvero, quasi quasi mi indigno per quanto è brutto. È una schifezza, proprio. Scritto male, con una trama (trama poi…) costruita a tavolino e sviluppata in modo illogico, irrealistico, tanto chi se ne frega, c’è di mezzo un prete pedofilo, frega niente se l’intreccio è una buffonata. E i personaggi, signora mia, dei personaggi ne vogliamo parlare? Macchiette che parlano come nessuno parla, che esprimono concetti che al Siti saranno parsi intelligenti (o sarà parso intelligente ragionarci su), ma che trovo altrettanto dibattuti dalla D’Urso, al pomeriggio, forse con minori riferimenti intellettuali, ma di certo espressi in un italiano più vero. Continua a leggere

La paranza dei bambini

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Ognuno di noi ha timori, paure, incubi, fobie. I più bravi se ne fanno una ragione e riescono a conviverci. Altri, come me, scelgono una strategia diversa. Sicuramente meno coraggiosa, probabilmente pavida: evitiamo le situazioni spiacevoli, le fuggiamo, fatichiamo – e non poco – per costruire un mondo in cui il terrore resti confinato fuori dal recinto che abbiamo innalzato. Non è un comportamento da persone mature, lo ammetto: i veri uomini prendono i problemi di petto e li risolvono. Io no, io scappo. I veri uomini, però, fanno pure le flessioni, bevono whisky, si indignano e scuotono la testa quando qualcosa palesemente non va come dovrebbe andare, fanno battute sul sedere della tizia che è appena passata, parlano di cilindrata delle macchine, si fanno la barba (o peggio: non se la fanno e la curano meglio di come Masahiko Kimura cura i bonsai), per cui non è che mi dispiaccia tanto non essere considerato un vero uomo. Continua a leggere

Vermicino. L’Italia nel pozzo

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C’è un bambino nel pozzo! Che si può fare? Tiriamolo fuori, caliamoci un contorsionista, scaviamo un pozzo accanto. Mandiamo giù una corda, una tavoletta, qualcosa a cui si aggrappi. Cerchiamo uno speleolgo, un geologo, una trivella. Un piccone e una vanga. Intervengano i pompieri, la protezione civile, il club alpino italiano. Si giri, dottore, in favore di telecamera. Proviamo! Proviamo! Proviamo! Non facciamoci mancare nulla, nemmeno il piccolo sardo, come se fosse una barzelletta. Chissà se aveva anche il formaggio… Mandiamo giù un microfono, contattiamo il cameraman: si apra il circo, arrivino i fenomeni. Continua a leggere