Mamma mi metti i cartoni?

Una nuova storia, forse più bella delle altre. Il tema è il consueto: l’amore. L’amore, il sesso, la vita di coppia all’interno della famiglia. Roba da romanzi Harmony, insomma, con un omaggio al mio Divin Marchese preferito. Buona lettura.

Correre, correre, è tutto un correre, anche oggi che poteva essere un giorno tranquillo, niente da fare, sempre sballottata da una parte all’altra. E vai al lavoro, e a prendere i bimbi a scuola, e spesa alla Coop, e sempre in macchina in mezzo al traffico, che stress. Certo, l’ho deciso io, niente mi avrebbe impedito di tornare a casa, scaldare una cosa al microonde e stare sul divano fino alle quattro e mezzo, quando Claudio finisce all’asilo e Paolo esce da scuola. Ma non ce la faccio, io non sono fatta così, mi lamento tanto ma alla fine non vedo l’ora di avere impegni. Mi sono accordata con Mirella, ci siamo scambiate il turno: ho preso il pomeriggio libero e la sostituisco domenica mattina, che siamo di servizio, tanto Adriano parte per la Germania e i bambini li lascio da mia mamma, pranziamo da lei e poi li porto al cinema a vedere Paddington 2. Ho deciso dopo che Adriano mi ha mandato un messaggio su Whatsapp, dicendomi che non si sarebbe liberato prima delle otto e mezzo, così anche Mirella è contenta, può stare in famiglia.

“Claudio non sbattere quella roba sul finestrino!”.

“Non sto sbattendo niente, è Paolo”.

“Non è vero, è Claudio”.

“Chiunque sia, smettetela. E vaffanculo, stronzo!”.

“Mamma ha detto una parola che non si può dire”.

“L’hai detta a me?”.

“No, Paolo, non l’ho detta a te, l’ho detta a quel cretino che ha girato senza mettere la freccia”.

“Anche cretino è una parola che non si può dire?”. Continua a leggere

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La passeggiata 2.0

C’è chi nasce dritto e chi nasce storto, chi viene su alto e chi resta giù basso, chi tifa la Juve e chi si appassiona di scherma, chi mangia vegano e chi si ingozza di carne, chi campa di niente e chi spende per tre, chi prega ogni sera e chi bestemmia dall’alba, chi vuole andare in Islanda e chi sta bene a casa, chi monta cuscinetti e chi interpreta Cechov, ecco, c’è tutta questa bella gente che calpesta il confuso palcoscenico che chiamiamo vita, ecco, dicevo, e in mezzo a questa bella gente ci sono io che, purtroppo o per fortuna, sono nato poeta. Ogni tanto il verso mi attanaglia, la quartina mi assale, l’endecasillabo si impossa di me e allora, solo allora, inesorabilmente allora, mi vedo costretto a comporre. Mi affaccio alla finestra, guardo l’infinito, salgo sulle spalle dei giganti, ipotizzo anacoluti, tingo d’effimero i paesaggi dell’animo, siedo alla scrivania in noce, metto gli occhiali sulla punta del naso, faccio svolazzare la sciarpa sulla spalla, poggio il mento sulla mano e compongo. I frutti del mio comporre, carissimi, ve li voglio regalare, affinché possiate nutrirvi anche voi del mio ramingo poetare. Buona lettura!

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Le memorie di Tonino

La cosa più bella dei racconti è pensarli. Io sono proprio felice, quando li penso. Poi mi metto a scriverli e la felicità scappa via, lentamente, fino a quando metto il punto all’ultima riga e non resta più niente. Buona lettura.

Non ne posso più. Sono stanco, triste, mi sento sconfitto. Avessi vent’anni non resterei di certo inerme, sul divano, con le avvolgibili sollevate appena per non restare al buio. Mi alzerei per lottare, come ho sempre fatto finché le energie mi hanno sostenuto. Ormai sono vecchio, però, e nessun obiettivo è meritevole dello sforzo necessario per essere raggiunto. Vorrei morire. Da ragazzo non ero così, per niente, mi divertivo a provocare e non lasciavo passare indenni le offese. Attiravo le maldicenze, me le cercavo, per poi ribaltare il discorso in faccia a chi mi insultava. Adesso sono solo, e la solitudine è la disgrazia che mi pesa di più. Se volete lanciare una maledizione a qualcuno, augurategli di restare solo e finire i giorni in una casa enorme e vuota, senza altre voci che non siano quelle della televisione. E se proprio lo odiate, augurategli prima di vivere una vita piena, cosicché la solitudine sia più struggente al confronto con gli anni passati. In pratica, augurategli di stare come sto io adesso. Continua a leggere

Maya

Sulla scia di Fredric Brown e Dennis Lehane un nuovo, straordinario racconto. Vorrei prendermi tutto il merito, ma l’onestà intellettuale che sempre mi contraddistingue non può che spingermi a ringraziare l’amico Riccardo, senza il quale questa storia non sarebbe nata. Buona lettura.

“Che poi sono io che mi faccio certi viaggi…”.

“Guarda che come te ce ne sono poche, Ale”.

“Ah, lo so bene, ma non credo che sia un vantaggio essere come me”.

“Non è vero, dici così solo perché sei delusa, ma lo sai anche tu che dopo un momento difficile ne arriva uno buono. L’importante è tenere la barra dritta: una professionista come te se la cava in ogni occasione”.

“Un momento difficile? E lo chiami momento, tu? Lo sai quando mi è arrivata l’ultima proposta?”.

“Saranno tre mesi fa… non è tanto”.

“No, i mesi sono cinque. Cinque. Mi spieghi come devo fare?”.

“Ho parlato con Gianni ieri”.

“Non lo voglio nemmeno sentire nominare, quello stronzo”.

“Dai, non dire così, avete sempre lavorato bene insieme”.

“Lavorato bene? Mi ha sfruttato, non fare finta che non sia così. Alla fine con lui ho fatto solo due film”.

“Non è vero, ne sono usciti quattro con la sua casa di produzione”.

“Ah, grazie, per come lavora ne poteva far uscire anche otto. Lo sai meglio di me che rimonta le scene e recupera materiale. Com’è che dice sempre? Dal girato non si butta via niente”.

“I soldi comunque ti sono arrivati”.

“Ci mancherebbe altro. Alla fine ho lavorato io, mica lui. E poi mi ha pagato talmente poco che non gli è costato molto darmeli”.

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La piscina

Nuovissimo racconto, ispirato a una storia vera, come direbbero i migliori promo su Canale 5. Buona lettura.

Felicetto, la moglie ha preso in gestione il chiosco che c’è alle piscine, dietro la chiesa di Santa Boboredda. Anna Rita si chiama. Io non è che lo conosco bene, Felicetto dico, ciao e ciao e la partita il giovedì, ma comunque ci ha invitato tutti e mi sembrava brutto non andare. Quando giochiamo, a me mi piace essere in squadra con lui, ma non perché è forte, no, più che altro perché non ce lo voglio avere contro, non si controlla bene, è falloso, tocca a mettersi i parastinchi quando è nell’altra squadra. È alto, grasso e con la faccia tutta rossa. Sembra che ha qualche malattia, di sicuro beve molto. Quando finiamo di giocare, invece del Gatorade o del Powerade, che a me mi piace quello blu, lui si beve subito un’Ichnusa da trentatré, senza nemmeno farsi la doccia. Poi si lava, accende una sigaretta e con calma beve una birra grande. Io a quel punto me ne torno a casa, non è che mi piace tanto stare a chiacchierare. Lui lo vedo che resta con Franco, Prosciuttino, Sambuca, a volte anche Tonio Ledidì, gli altri ce ne andiamo, ché il giorno dopo dobbiamo andare a lavorare e io, anche se mia moglie dice trattieniti pure per una birra, non c’è problema, preferisco andarmene, la conosco, mi fa le battutine quando rientro e non ho voglia di battibeccare.

Comunque, non pensate che mi scandalizzo per una birra o due bevute dopo la partita, l’ho fatto anche io, voglio dire, solo che non abbiamo più vent’anni, nemmeno trenta, e certe cose credo che bisogna farle nel tempo giusto, altrimenti dopo comincia a essere ridicolo. Contate che io sono il più giovane là in mezzo, ho trentacinque anni appena compiuti. Felicetto credo che ne abbia quarantasei o quarantasette, forse, era a scuola con mio cugino Giuseppe. Continua a leggere

Le parole che amo – 1

Inizia oggi una rubrica dedicata alle parole. Se avessi tempo aprirei il dizionario e racconterei una storia per ogni vocabolo. Ma il tempo non ce l’ho e siccome a parlare di parole non voglio rinunciare, vi dovete accontentare di una selezione di quelle che mi piacciono. Sia chiaro, io adoro tutte le parole, da apericena a caval donato, passando per cucinotto, ma in particolare apprezzo le parole che prima non adoperava nessuno e poi, improvvisamente, diventano di uso comune. Sono parole bellissime, eleganti, raffinate, che valorizzano una conversazione così come il golfino sulle spalle, annodato sul petto e possibilmente color pastello, valorizza il nostro abbigliamento. Buona lettura.

Il primo è stato un agente immobiliare, un bel ragazzo dalla parlantina sciolta, uno che ci ha messo nove anni a finire il liceo, ha frequentato due anni di giurisprudenza con grandi speranze della nonna paterna, ha abbandonato gli studi – preferisco guadagnare qualcosina per essere indipendente – e grazie all’intervento semidivino di uno spasimante della sorella ha ottenuto una scrivania nello sgabuzzino dello studio immobiliare New Casa 3000 Dream House Immobiliar di Casalotti Paolo e Ruoppolo Nicola snc. È bravo, il nostro agente, e sa immedesimarsi nei desideri del cliente. Continua a leggere

Premio Calvino

Intanto – e lo dico sommessamente e senza polemica – non credo che Philip Roth sia mai stato segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino. Io invece sì.

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Ma dove lo trovate un altro che fa un eccellente tour de force linguistico, variato sistematicamente sulla trivialità? Secondo me Alessandro D’Avenia magari il tour de force linguistico lo fa anche, ma lo vorrei proprio vedere a variare sistematicamente sulla trivialità, tsk.

Comunque, il romanzo è questo: La banda dello Zingaro. È davvero molto bello. Ci sono persino due o tre parolacce che non conoscete.