Perfect Day – il giorno del Desiderio

Gira che ti rigira, su internet prima o poi qualcosa di bello si trova. E non parlo di donne nude o di storie di giocatori NBA. No, parlo di questo:

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Perfect Day con quegli omini che richiamano Matisse… Una giornata per tutti con Alessandro Baricco, Michela Murgia… brrr, è un incubo ‘sta roba, altro che giorno perfetto. Ci clicco sopra e leggo.

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Piccola premessa: io immagino ogni frase presa dal sito della Scuola Holden recitata da Baricco. I riccioli scapigliati, gli occhi vispi, il mezzo sorriso di chi ti sta prendendo il culo ed è perfettamente consapevole che tu lo sai ma tanto hai pagato, quindi chi se ne frega se lo sai. Ecco immaginatevi Baricco che sorride e che vi dice che tra lui e voi c’è una distanza (fisica, s’intende) incolmabile. Ma… la si può colmare, che vi credete? Il MegaDirettore Letterato può essere avvicinato: il Perfect Day è l’occasione adatta per annusare lui e altri grandi scrittori italiani!

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A quel per una volta secondo me gli è partito pure l’occhiolino, come il pusher che ti rifila un pezzetto di fango e tu sorridente lo agguanti. Immagina il tuo giorno perfetto, scegli le lezioni, divertiti con i tuoi autori preferiti. Che belle parole, avrebbe detto Luciano Rispoli. Male che vada, se ‘sto Baricco non gli va bene con la letteratura, può sempre aprirsi una scuola di scrittura creativa. O una bottega. O un’officina.

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Ma grazie, Ale. Gentilissimo. Permettetemi una digressione personale, per citare Federico Buffa. Una volta sono finito dentro una Banca Mediolanum che mi volevano vendere qualcosa, c’erano impiegati bellissimi, altissimi, lucentissimi, Ennio Doris che non la finiva di disegnare cerchi per terra, insomma, le solite cose, e mi ricordo che una signorina si è occupata dell’accoglienza, offrendomi una tazza di caffè. Che ognuno tragga la morale che vuole trarne. Che poi, perché una tazza di caffè? Un caffè non andava bene? Un caffè normale, in tazzina, non in tazza. La tazza di caffè è una roba insopportabilmente hipster, una roba da farci la foto su Instagram, tazza di caffè fumante e ultimo romanzo di Baricco. #bookaholic, ma vaffanc… e meno male che sono una persona educata.

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Io il link ve lo risparmio, se avete coraggio cercatevelo da soli. Comunque rimanda a una canzone di Vinicio Capossela. Accidenti, Vinicio Capossela. C’è poca roba che sa di cultura fasulla come citare Vinicio Capossela. Forse citare Cammariere. O dire di essere andati al cinema a vedere un film di Francesca Archibugi. Facendo il viaggio in tram con un libro di Michela Murgia tra le mani. E alle orecchie un bell’album della Piccola Orchestra Avion Travel. Che loro sono fatti così, se non li chiami Piccola Orchestra Avion Travel nemmeno si girano. Ogni volta che sento Piccola Orchestra Avion Travel mi viene voglia di spararmi Leone di Lernia a tutto volume… ti si mangiate la banana… con due salsicc…

Dopo che ti danno il caffè, il Perfect Day va avanti. Un consiglio: portatevene un thermos, di caffè, dovete sentire delle robe tipo:

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Sembra quella battuta bellissima: amare significa poco dolci. Solo che non è una battuta. Però fa ridere lo stesso.

Stremati, credo, e spero anche, se ci siete andati, si arriva alla fine:

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Ecco cosa significa essere scrittori: cioccolato e panettoni. Questa è narrazione signori miei, story-telling bello e buono. Cioccolato e panettoni. Non cioccolato e panettone, neppure cioccolati (come i bambini alle elementari, gli stessi che dicevano guardalino) e panettoni, e nemmeno cioccolata e panettone. No, cioccolato, singolare, e panettoni, plurale. Cioè, c’è Baricco che si mangia un bel pezzo di cioccolato e voi vi cuccate i panettoni a 0,99 centesimi, quelli che continuano a lievitare dentro lo stomaco, regalandovi un’esperienza straordinaria: e chi se la scorda più Michela Murgia?

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Novanta euro. Ecco spiegata la tazza di caffè. Magari quella di plastica della macchinetta la danno a chi ha meno di trent’anni. È che ora mi sono ricordato che il due dicembre devo portare la macchina a mettere le gomme invernali, altrimenti io ci andavo. Non mi pare nemmeno una cifra eccessiva, novanta euro. Novanta euro. Mi danno il caffè (in tazza), i miei autori preferiti saranno a un passo da me, sento Michy Murgia, quell’altro che parla dell’amore rincorrere, una canzone di Capossela, e per finire cioccolate e panettono. Però devo portare la macchina dal gommista, mi spiace.

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Anna Pop Frank

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Andy Warhol se era vivo secondo me stava come minimo sorridendo e dicendo ve l’avevo detto, io.

Racconti

Finalmente online, a grandissima richiesta, i miei racconti. Ora non avete più scuse: capirete da soli che l’invidia che mi attanaglia è giustificatissima. Nel frattempo che rodo – e che continuo a svegliarmi alle 6.27 mentre gli scrittori famosi mi giunge voce che si alzino anche alle 10.34 – potete leggermi.

In questa sezione metterò tutti i racconti che mano a mano rileggo, correggo e finalmente decido di dare in pasto alla critica.

Questo è il primo. Si chiama Dieci euro. Buona lettura.

Bambini ladri

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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
*

Rom, zingari, gitani, camminanti, sinti e nomadi, persino romeni, bosniaci e kosovari, bulgari, macedoni e albanesi. Italiani. Molti italiani. Insomma, persone. Uomini e donne. Difficilissimi da incasellare, catalogare, classificare, tranne che per il commentatore medio che non perde occasione per rivelarsi leone da tastiera: zingari di merda, dice. Io invece avrei un altro modo per definirli: poveri. E i poveri, si sa, ci fanno schifo. Un po’ perché temiamo di diventare come loro e un po’ perché abbiamo paura che ci freghino il posto nella scala sociale. Loro, i zingari di merda sono gli ultimi. Noi stiamo appena un po’ più su, giusto uno o due gradini.

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