Incipit

Camminava velocemente, con gli occhi fissi sul terreno. Senza cambiare ritmo sollevò la testa e guardò davanti e dietro. Non c’erano macchine. Rallentò, fece forza con il palmo della mano destra sul guardrail, lo scavalcò e si ritrovò vicino allo strapiombo. Tra lui e il vuoto c’era la ringhiera che delimitava la vecchia strada. Si arrampicò sul ferro arrugginito, oltrepassò la barriera e poggiò i piedi sul cemento sfaldato. Piegò le gambe e si mantenne con un braccio. Si sporse e osservò in basso. Il mare era calmo, quasi immobile, non fosse che per un po’ di schiuma attorno agli scogli. Il sole spandeva gli ultimi raggi, in attesa di scomparire dietro Cagliari. E il corpo era ancora là, nello stesso punto in cui l’aveva visto poco più di otto ore prima. Si tirò su, scavalcò ringhiera e guardrail e tornò in strada. Si diresse alla macchina, valutò per l’ennesima volta le alternative e ritenne di non avere scelta: doveva chiamare la polizia.

Quella mattina, appena passate le sette, stava per rientrare all’ovile. Aveva fischiato ai cani, in modo che radunassero le bestie sulla via del ritorno. Una pecora era sfuggita al controllo, aveva oltrepassato la provinciale, si era infilata tra un guardrail e l’altro ed era scesa verso il mare, attratta da un ciuffo d’erba più verde degli altri. Lui aveva aspettato, scrutandola da un masso e sperando che tornasse indietro. La pecora non ne aveva voluto sapere: si era fermata in mezzo alle rocce, immobile, spaventata dai versi dei gabbiani e dal rumore del mare. L’uomo era sceso, per niente entusiasta della deviazione imprevista. L’aveva acchiappata e se l’era messa in spalla, come il pastore di un presepe sbagliato. Mentre risaliva, si augurava che i cani facessero per bene il loro mestiere, tenendo unito il gregge. Con la pecora sul collo era stato costretto a optare per il giro largo. Si era voltato e aveva visto il corpo. Giaceva prono su uno scoglio, con la testa infilata per metà in una pozza d’acqua. Il pastore aveva scosso il capo e accelerato il passo, tornando in strada. Una volta raggiunto il gregge aveva spronato le pecore a non brucare l’erba, aizzando i cani contro le ritardatarie. All’ovile aveva caricato i bidoni del latte sul pick-up ed era tornato a Sinnai, cercando di non pensare a ciò che aveva visto. Ormai non gli capitava più di andare a pascolare, ma quel giorno il servo pastore si era dato malato e aveva dovuto condurre lui il bestiame. Giunto a casa, si era sintonizzato sul telegiornale di Videolina, poi aveva guardato l’edizione regionale del TG3, ma nessuna emittente aveva dato la notizia di un cadavere rinvenuto nella scogliera vicino a Cala Regina. Dopo pranzo aveva deciso di tornare sul posto. Tutto calmo, tutto tranquillo. Nemmeno una pattuglia di carabinieri o una volante della polizia. Che si fosse inventato tutto? Non soffriva di allucinazioni, ma per fugare ogni dubbio aveva deciso di controllare di nuovo. Il corpo era sempre là.

Entrò dal lato del passeggero, tolse il cellulare dal cruscotto e compose il numero.

«Polizia buongiorno».

«Buongiorno, c’è un cadavere dopo Cala Regina, sugli scogli, ha la testa nell’acqua».

«Da dove chiama?».

«Non è importante».

«Mi ripete dov’è?».

«Dopo il bivio per Cala Regina, c’è la scogliera a strapiombo. Là sotto c’è un morto, ma non si vede dalla strada».

Chiuse la chiamata prima che l’operatore gli ponesse altre domande. Mise in moto, fece inversione e tornò in paese. Lungo la strada prima sentì le sirene, poi vide due auto della polizia che procedevano a tutta velocità verso il mare.

Se avete voglia di sapere come prosegue, contattatemi.

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