Giuseppe voleva andare al mare

Scrittori un pelino più quotati di me – senza dubbio più noiosi – sostengono che in Sardegna non ci sia il mare. Forse hanno ragione. Di sicuro ignorano la forza della fantasia, la potenza dell’immaginazione, l’energia della creatività, qualità indispensabili per trovare il mare anche laddove il mare non c’è.

Dopo Dieci euro e Mariolino, un nuovo fantastico racconto che abbandona i sentieri consueti delle storie d’amore per abbracciare i temi sempreverdi dell’infanzia e della prima adolescenza: Giuseppe voleva andare al mare.

Buona lettura.

 

Giuseppe voleva andare al mare. Aveva quattordici anni e non ci era mai andato, anche se il mare non era lontano: quando andava al belvedere, o saliva fino a Bruncu Tiria, riusciva a vederlo. A volte ci saliva apposta, di mattina presto, per guardare la Tirrenia che entrava nel porto di Cagliari, e se incontrava qualcuno raccontava che stava andando ad acchiappare uccellini. Continua a leggere

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Mariolino

Un uomo, una donna, un cane. Una storia d’amore.

L’uomo non ha nome, la donna si chiama Marta e il cane si chiama Mariolino. È un melander pezzato nano e dà il nome al racconto.

Dopo lo strepitoso successo di Dieci euro, una nuova fantastica storia nata direttamente dal mio fervido spirito di osservazione e dalla mia immaginazione senza eguali.

Buona lettura. Continua a leggere

Piccola osteria senza parole

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Intanto, la copertina. L’ha disegnata Alessandro Gottardo e si farebbe un torto a non citarlo. È talmente bella che le pagine potrebbero essere pure bianche, dentro. Ci accontenteremmo e terremmo il libro sull’Expedit all’ingresso, come se fosse quel disegnino di Keith Haring che ci piace guardare quando rientriamo a casa. Continua a leggere

Racconti

Finalmente online, a grandissima richiesta, i miei racconti. Ora non avete più scuse: capirete da soli che l’invidia che mi attanaglia è giustificatissima. Nel frattempo che rodo – e che continuo a svegliarmi alle 6.27 mentre gli scrittori famosi mi giunge voce che si alzino anche alle 10.34 – potete leggermi.

In questa sezione metterò tutti i racconti che mano a mano rileggo, correggo e finalmente decido di dare in pasto alla critica.

Questo è il primo. Si chiama Dieci euro. Buona lettura.

Le otto montagne

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Lamberto Dini è bruttissimo. Dice: sì, ma si veste bene. Porca puttana, brutto com’è ci mancherebbe altro che si vestisse male.
Paolo Hendel

Ognuno ha i maestri che si merita e io, sia detto senza falsa modestia, Paolo Hendel me lo merito tutto. Così, mentre leggevo Le otto montagne, riflettevo sul pensiero dell’istrione fiorentino e lo malleavo alla bisogna: che sia, questo libro, equivalente letterario del succitato dirigente d’azienda, economista e politico italiano (fonte: Wikipedia) dai lineamenti non così gradevoli ma che, tuttavia, indossa capi di pregevole fattura? Per rispondere a tale domanda, c’è bisogno di uscir di metafora e affrontare la vexata quaestio che tanto fa tribolare i critici più esperti: si può scrivere bene una brutta storia? E, specularmente, si può scrivere male un bel romanzo?

Partendo dalla fine, direi che la risposta all’ultima domanda non può che essere negativa. Continua a leggere

Bruciare tutto

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Io di libri brutti ne ho letti – persino uno di Christopher Hitchens, una volta – ma questo qua li supera tutti. Ma davvero, quasi quasi mi indigno per quanto è brutto. È una schifezza, proprio. Scritto male, con una trama (trama poi…) costruita a tavolino e sviluppata in modo illogico, irrealistico, tanto chi se ne frega, c’è di mezzo un prete pedofilo, frega niente se l’intreccio è una buffonata. E i personaggi, signora mia, dei personaggi ne vogliamo parlare? Macchiette che parlano come nessuno parla, che esprimono concetti che al Siti saranno parsi intelligenti (o sarà parso intelligente ragionarci su), ma che trovo altrettanto dibattuti dalla D’Urso, al pomeriggio, forse con minori riferimenti intellettuali, ma di certo espressi in un italiano più vero. Continua a leggere

La paranza dei bambini

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Ognuno di noi ha timori, paure, incubi, fobie. I più bravi se ne fanno una ragione e riescono a conviverci. Altri, come me, scelgono una strategia diversa. Sicuramente meno coraggiosa, probabilmente pavida: evitiamo le situazioni spiacevoli, le fuggiamo, fatichiamo – e non poco – per costruire un mondo in cui il terrore resti confinato fuori dal recinto che abbiamo innalzato. Non è un comportamento da persone mature, lo ammetto: i veri uomini prendono i problemi di petto e li risolvono. Io no, io scappo. I veri uomini, però, fanno pure le flessioni, bevono whisky, si indignano e scuotono la testa quando qualcosa palesemente non va come dovrebbe andare, fanno battute sul sedere della tizia che è appena passata, parlano di cilindrata delle macchine, si fanno la barba (o peggio: non se la fanno e la curano meglio di come Masahiko Kimura cura i bonsai), per cui non è che mi dispiaccia tanto non essere considerato un vero uomo. Continua a leggere