Dieci euro

È una sorpresa, non mi aspettavo di incontrarla. Spio regolarmente il suo profilo Facebook, ma un conto è guardare una foto sullo schermo, un altro avercela di fronte.

“Condoglianze”, dice Cristina stringendomi la mano.

Borbotto qualcosa, un grazie detto a capo chino, senza far uscire per bene la voce. Lascia la mano e prosegue, cedendo il posto ad altre persone che desiderano esprimermi la loro vicinanza. La osservo con la coda dell’occhio. È cambiata poco, sempre in carne, come quando stavamo assieme, anche se su Facebook sceglie foto in cui appare più magra.

Abito a Udine da oltre vent’anni e torno a Cagliari di rado. I primi tempi vacanze estive e natalizie. Poi solo d’estate. Alla fine nemmeno quello.

“Ho capito che la Sardegna è bella”, diceva mia moglie, “ma abbiamo tre settimane di ferie all’anno e voglio girare il mondo, non vedere sempre le stesse spiagge. Non è possibile che non siamo mai andati a Londra, a Barcellona, a Berlino…”.

Aveva ragione, ma mi guardavo bene dal dargliela. Cercavo di sfruttare ogni occasione per contrappormi a lei, mirando alla consunzione del matrimonio. Abbiamo divorziato, si è risposata con un tizio che fa l’ortodontista a Pordenone e là si è trasferita, con i bambini. Mi sono dimostrato serio e responsabile, accettando ogni suo tentativo di avere l’affido esclusivo. Figuriamoci, prima che da lei, volevo divorziare dai figli, io. E poi quel tizio mi sembra davvero una brava persona, oltre a essere pieno di soldi. Non che a me manchino, sia chiaro, ma mi scoccerebbe destinare la metà dei miei guadagni al sostentamento dei vizi di due bambini non troppo svegli. Io sono rimasto single – non credo di ricascarci, a meno che in tarda età non trovi una moldava carina, e diciottenne – e dopo il divorzio approfitto di ogni occasione per dedicarmi alla mia passione principale: i viaggi. Non amo la natura, né l’arte e ho solo un grande interesse: il sesso. Che siano trasferte di lavoro, ponti tra due festività, o canoniche ferie, io parto per andare a scopare. Durante il matrimonio non sono stato fedele, non è nelle mie corde, ma avevo comunque orari, parvenze e aspettative da rispettare. Ora non più, sono libero. Se ho pochi giorni, salto il confine e vado in Slovenia, Croazia, persino in Albania. Quando invece dispongo di più tempo, allora la mia meta preferita è Cuba: il mare è migliore di quello della Sardegna, checché ne dicano i miei conterranei esagitati da un nazionalismo d’accatto, e le puttane costano meno. Mia moglie, la mia ex moglie, credo che vada con l’ortodontista e i bambini in giro per musei. L’ultima volta che li ho visti, mi hanno raccontato di essere andati a Oslo a vedere L’urlo di Munch.

Cristina si avvicina al muro che separa l’ingresso del cimitero dalla strada, fruga nella borsa e prende le sigarette. Ne accende una, sputa il fumo e guarda nella mia direzione. Io continuo a stringere mani, accanto a mia sorella, in modo ripetitivo, meccanico. Condoglianze. Grazie. Vorrei andare via. Condoglianze. Grazie. Mi sono stufato. Condoglianze. Grazie. Ma non posso, non capita tutti i giorni che muoia mamma. Condoglianze. Grazie.

Ricordo la sua prima sigaretta. Eravamo al parco che c’è lungo la strada che dalla rotonda del Poetto torna verso Quartu. Un bel parco, tenuto bene, con i cespugli curati e soprattutto alti. Poco frequentato. Potevamo parlare, nasconderci, fare quello che ci pareva. Io fumavo Marlboro 100’s, lei diceva che mi puzzava l’alito.

“Ma fuma anche tu”, avevo proposto, “così non senti l’odore”.

Immagino che non fosse la soluzione migliore – di certo non la più salutare – ma sicuramente era la più semplice per evitare chiacchiere inutili. Io ho smesso di fumare: è inutile perseverare in età adulta con le sciocchezze della giovinezza; a quanto pare lei fuma ancora. Sempre stata debole e portata alla dipendenza, Cristina, mentre io sono più forte e in grado di interrompere quando qualcosa non mi va bene. Così con il fumo, così con l’alcol, così con la coca. Così con lei, così con mia moglie. Con la differenza che mia moglie si è dimostrata matura, accettando la naturale evoluzione di una storia d’amore, mentre Cristina si è comportata da stalker, anche se in quegli anni il termine non andava di moda.

Saluto le ultime persone tristi per la scomparsa di mamma – sembra quasi che debba fare coraggio io a loro – e vedo che Cristina si è spostata una cinquantina di metri più in fondo. Fuma ancora.

La morte di mamma è arrivata inaspettata e, come ci tengono a dirmi in tanti, è stato meglio così. Nel suo letto, di notte, a ottantaquattro anni. Senza soffrire, senza ospedali, senza dottori, cateteri, flebo, analisi, hospice, visite, pastiglie, drenaggi. Tutto il contrario di papà, che invece di un istante ci ha messo otto mesi, a morire, confermandosi pesante e insopportabile come lo era stato tutta la vita. Mia sorella non dimentica mai di ricordarmi che lei c’è stata, in quegli otto mesi, mentre io chissà dov’ero. In Ungheria ero, quando ho ricevuto la notizia della morte di papà, a cercare di recuperare i crediti che la mia azienda vantava su una partita di motoriduttori. Il cliente sosteneva che non corrispondessero all’ordine. Alla fine ci siamo accordati, ha pagato oltre l’ottanta per cento del dovuto e, considerando i prezzi gonfiati, abbiamo guadagnato comunque una cifra enorme. Devo tornarci, in Ungheria, e non per affari. Comunque mia sorella ha poco da lamentarsi. Ci pensava mamma ad accudire papà, lei l’unica cosa che faceva era scarrozzarlo da un ospedale all’altro, e non credete che abbia svolto senza ricompense i compiti di autista. Anche quello è stato un motivo di disaccordo con mia moglie.

“Non è giusto che i tuoi genitori lascino tutto a lei”, diceva.

Aveva ragione, come sempre. Non era giusto. Soprattutto non era giusto che fosse all’oscuro di un fatto: ero stato io ad accordarmi con i miei genitori e mia sorella. A lei la casa, a me un po’ di contanti versati su un conto di cui mia moglie ignorava l’esistenza. Certo, meno del valore della casa, ma tutti per me e soprattutto subito, senza complicazioni.

Mia sorella sta parlando con le amiche. Io evito amici, parenti, conoscenti. Tornare dopo tanto tempo è sempre un fastidio: chiunque ti veda si sente in dovere di chiedere come va, come stai, tutto a posto, il lavoro, la famiglia, la vita… Per fortuna i funerali sono un’occasione di incontro anche per altre persone e, nonostante la madre morta sia mia, e sia io a mancare da anni in Sardegna, riesco a non essere al centro dell’attenzione. Meno male, non voglio parlare con nessuno.

“Vado”, dico a mia sorella, “ci vediamo dopo a casa”. Continuo a chiamarla casa, come se fosse mia. Ora che mamma è morta probabilmente dovrò lasciare le chiavi, non ho più alcun diritto di averle. Non mi interessa, non ho intenzione di tornare. Guardo verso il muretto, non vedo più Cristina. Voglio farmi una doccia, rilassarmi e aspettare che venga buio per andare a puttane. Nonostante col tempo abbia educato il palato e affinato il gusto, di tanto in tanto non disdegno un rapporto sessuale consumato sul sedile posteriore di un auto, con una ragazzina che non parla bene l’italiano.

Cammino lungo la passerella che collega l’ingresso del cimitero al parcheggio, evitando cacche di uccello e bacche spiaccicate per terra. Arrivo alla macchina.

“Ciao”.

Mi volto. Cristina sta fumando, seduta su una Daewoo Matiz scolorita. È parcheggiata proprio accanto alla Mercedes Classe A da più di duecento cavalli che ho noleggiato in aeroporto. Sembra impossibile che due oggetti così diversi siano stati costruiti per venire incontro alle stesse esigenze e, in fondo, svolgano lo stesso compito.

“Ne vuoi una?”, chiede mostrandomi un pacchetto su cui campeggiano immagini splatter.

“Non fumo più”, le dico.

Mi guarda e sorride amaramente, come se in quel momento si rendesse conto di essere stata imbrogliata.

“Ho smesso da anni”, continuo, “e mi dà anche fastidio l’odore”.

“Io invece ho provato tante volte a smettere, ma non ci sono mai riuscita. Nemmeno quando ero incinta”.

“Hai figli?”, le chiedo. So benissimo che ne ha tre: Pietro, Camilla e Africa. Il primo dovrebbe essere alle superiori; le altre due sono gemelle, frequentano le scuole medie e hanno la stessa tendenza alla pinguedine della madre. Grazie Facebook.

“Tre”, risponde, “e tu?”.

“Due, ma non stanno con me”.

“Sei separato?”.

“Divorziato”.

Racconta che si è sposata con un tizio di Monserrato, qualche anno dopo che l’ho lasciata. Non ha finito l’università e, ad essere precisi, non ha nemmeno dato un esame, dice con un sorriso. Ha lavorato come inserviente in una casa di cura per anziani, finché il marito ha deciso di tentare la fortuna, lasciando il lavoro di idraulico per aprire un negozio di ferramenta. Cristina gli dà una mano.

“Vendo trapani, lampadine e soprattutto chiodi”, dice. Non ha il tono di chi abbia realizzato il sogno di una vita. “Tu invece?”.

“Sono agente di commercio”, rispondo.

“Si guadagna bene”, dice indicando la Mercedes.

“E tu che ne sai che sia la mia, questa macchina?”.

“Ti ho visto arrivare”.

Quando l’ho lasciata ha rischiato di impazzire. Telefonava a casa, mi seguiva, non mi lasciava vivere. Io mi ero messo con un’altra, Ilaria, e Cristina l’aveva scoperto. Pedinava anche lei. Un giorno, l’ultima volta che l’ho vista prima di oggi, l’ha aggredita. Avevo riaccompagnato Ilaria a casa e Cristina era spuntata da dietro una macchina con un ombrello in mano. Lo brandiva a mo’ di clava e aveva iniziato a darcelo addosso, soprattutto a Ilaria. Io paravo i colpi, non faceva male. L’ultimo colpo l’aveva destinato al muro, sfogando la rabbia repressa per un amore non corrisposto. C’eravamo sentiti la sera e io le avevo detto che l’aveva combinata grossa, dal momento che Ilaria era minorenne e i genitori avevano sporto denuncia. Non era vero niente, però Cristina si doveva essere spaventata per bene. Mai più vista, né sentita, a parte le spiate su Facebook.

“Mi hai seguito?”, le chiedo, e non può che ricordare quelle settimane in cui mi seguiva per davvero. Sorrido, per stemperare la tensione, e sorride anche lei. Sono passati venticinque anni e sono sicuro che, se volessi, entro mezz’ora ce l’avrei ai piedi.

Racconta che ha letto il necrologio sul giornale e, dal momento che aveva il pomeriggio libero, è venuta al funerale con l’intenzione di rivedermi. Non conosceva mamma, ma le dispiace ugualmente. Mi ha visto arrivare in macchina e per caso ha parcheggiato a fianco.

“Quindi mi aspettavi?”, dico.

“Avevo voglia di rivederti”.

Ci spostiamo in un angolo poco battuto del parcheggio. Cristina parla della sua vita e mi dispiace; poi racconto della mia, e mi accorgo di essere felice. Senza vergogna. Ha sposato un uomo di cui non è innamorata, ci ha fatto tre figli e si capisce che il benessere non sa cosa sia.

“Chissà come sarebbe stato, se fossimo rimasti assieme”, dico per provocarla.

“Sei tu che mi hai lasciato”, rinfaccia. Ancora non le è andata giù.

Non sono mai stato innamorato di lei, né ho mai avuto interesse per aspetti della sua personalità che andassero oltre il sesso. Mi piaceva solo perché era disinibita e ancora oggi mi masturbo pensando a ciò che facevamo assieme. Era vergine, quando abbiamo iniziato a frequentarci, con un ciuffo di peluria bionda su una passera ancora stretta. Andava persino in chiesa, la domenica. Due anni dopo l’ho lasciata che si faceva inculare in campagna, poggiata sul cofano della macchina, sfregandosi il clitoride con la mano e supplicandomi di dirle che era una grandissima troia.

“Non eravamo fatti per stare assieme”, le dico.

A parte il sesso, non avevamo niente in comune. I primi tempi è stata dura, dal momento che lei è stata la prima ragazza con cui ho sperimentato gran parte di quello che c’è da sperimentare in ambito sessuale. Pensavo che fossero tutte così, le donne, e invece che hanno quella passione là, quell’ardore, quella voglia di scopare, ce ne sono poche. Soprattutto gratis.

Stiamo parlando da meno di mezz’ora e accende la quarta sigaretta.

“Come mai hai divorziato?”, dice.

Non rispondo niente di preciso, spalanco gli occhi, mostro i palmi delle mani, come se qualcuno mi avesse chiesto perché al giorno segue la notte.

“E tu, con tuo marito, va tutto bene?”, chiedo.

Quando facevamo l’amore le piaceva immaginare il futuro. Io con una donna e dei figli, lei con un uomo e dei figli, incontrarci per caso, salutare con una scusa il rispettivo consorte e appartarci a scopare da qualche parte. Non era l’unica fantasia che aveva, ma all’epoca era difficile metterla in pratica. Più complicato di infilarsi la leva del cambio nella figa e mimare un rapporto sessuale.

“Insomma”, mi fa, “da quando è nato il bambino le cose non sono andate benissimo”.

“Quanti anni ha?”.

“Ne fa sedici a maggio”.

Continua a fumare, poggiata alla panchina.

Chissà cosa le passa per la testa. Magari la vita che avremmo potuto vivere assieme, una casa, i figli, un’esistenza felice. E tanto sesso. Non uno schifo di vita assieme a un buzzurro di Monserrato che sogna di diventare ricco, tre figli non voluti, i chili di troppo, i chiodi da vendere, le sigarette, i soldi che non bastano, la tv alla sera. Una vita di merda.

Io invece penso a com’era e mi viene il pisello duro. Comprava i giornaletti porno, all’edicola di via Roma che stava aperta tutta la notte, mentre io l’aspettavo in motorino. Il giornalaio glieli metteva in una busta scura, di modo che non si vedessero, e immagino le riflessioni su quella ragazzina con il viso delicato che non si perdeva un numero di Troie Inculate. Andavamo al parco di Bonaria, quello che c’è dietro il cimitero, ci imboscavamo in una tomba punica e facevamo la rassegna stampa, spesso interrotta dalla messa in pratica di ciò che apprendevamo. Chissà se adesso si è modernizzata e va su YouPorn… glielo vorrei chiedere, ma non mi va di metterla in imbarazzo.

Parla dei figli, ma non la sto ad ascoltare. Come venticinque anni fa, quando non scopa non è interessante.

“Perché non andiamo a prenderci un caffè?”, mi chiede.

“Dove?”, rispondo.

“Anche a casa mia”, dice, “così ti faccio vedere dove abito”.

Risiede nella prima periferia di Monserrato, in un quartiere nato abusivo dietro la 554. La strada principale è asfaltata, ma quella che conduce fino a casa sua è bianca. Parcheggia la Matiz davanti a un cancello fatto con tavole di bancale tenute su da chiodi e fil di ferro. Apro il finestrino e mi spiega che posso lasciare la macchina dietro la sua.

La casa è piccola, pulita e tenuta bene. Ci sono foto dei figli, lei vestita da sposa abbracciata al marito, una torre di Pisa in plastica dura, la basilica di Bonaria in una palla di vetro, bomboniere e soprammobili. Entra e chiama Pietro, ma nessuno risponde.

“Dev’essere a calcio”, spiega, “è bravo, ha fatto anche un provino per il Cagliari”. Dovrei credere al fatto che mi ha invitato a casa sua pensando che ci fosse il figlio. Pietro è a calcio, Camilla e Africa sono dalla nonna, il marito è in negozio. Fino alle otto. Sono le cinque.

“Come mai l’avete chiamata Africa?”, le chiedo.

“Mi piace, mi è sempre piaciuto, anche quando stavo con te”.

“Non me l’avevi mai detto, però”.

“No, altrimenti mi avresti preso in giro”.

“Be’, se l’avessi fatta con me non l’avresti chiamata così di certo”.

“I tuoi come si chiamano?”.

“Dario e Mattia”.

“Bei nomi”.

“Li ha scelti la mamma”.

La cucina è fredda, anche se siamo ad aprile. C’è un condizionatore appeso al muro, e non sarebbe il caso di accenderlo se solo avessero risparmiato un po’ meno nel tirare su i muri.

“Preparo il caffè, allora?”, chiede

“Sai che il caffè non mi va…”, dico, “preferisco qualcosa da bere. Ho la gola secca”.

Apre l’anta del frigorifero e la osservo. Ha quarantaquattro anni e se li porta bene. Non è una bella donna, così come non era una bella ragazza. Però non è invecchiata male, anzi, non è invecchiata per niente. La mia ex moglie è senz’altro messa meglio fisicamente, ma in quanto a rughe non reggerebbe il confronto. Chissà come sarebbe, Cristina, se avesse la possibilità di frequentare palestre, estetisti e parrucchieri più qualificati della vicina che ti fa i capelli al sabato.

“Ho succo d’ananas, va bene?”.

“Perfetto”.

Mette la confezione Vitafit da due litri in tavola, tira giù due bicchieri dallo scolapiatti e li riempie per tre quarti. Nel mio ci sono Cip e Ciop che si rincorrono, nel suo un calciatore con la maglia azzurra e la scritta Italia 1934.

“Io ci metto un po’ di questo”, dice prendendo una bottiglia di gin da un mobile. “Così non mi piace tanto, non ha sapore. Tu ne vuoi?”.

“No, grazie”.

Parla, fuma, parla, fuma, parla, fuma e se per caso mi fossi scordato, mi fa tornare in mente i motivi che mi hanno spinto a lasciarla. Non vedo l’ora di andare via, non mi interessa niente di quello che mi sta dicendo. È noiosa.

“Io comunque mio marito non l’ho mai tradito”, dice attaccandosi a non so quale argomento.

“Sicura?”. Le faccio l’occhiolino.

“Solo due volte”.

Una con il cognato e un’altra con un cliente della ferramenta, racconta, un periodo che il marito invece di stare in negozio andava a implorare merce a credito dai fornitori.

“Ci siamo nascosti dietro, nello sgabuzzino, con il rischio che arrivassero altri clienti”.

Sembra la trama di un film porno di serie b, la troiona con il pensionato in mezzo alla carta vetrata.

“Comunque anche mio marito, anche lui, non è che se ne stia con le mani in mano”.

“Ti ha tradito?”, le chiedo.

Non so perché mi impelaghi in discussioni che non mi interessano. È tardi, bisogna che vada via, ho appena seppellito mia madre, domani riparto. E il succo d’ananas fa pure schifo.

“Va a puttane, me l’hanno detto. E gli ho trovato i preservativi”.

“Be’, almeno li usa”.

Versa un goccio di gin nel suo bicchiere e lo allunga con il succo. Lo beve in un sorso e si alza in piedi. Poggia la sigaretta sul posacenere e si mette davanti. Mi alzo anche io. Mi stringe le mani.

“Perché mi hai lasciato?”, chiede.

Stringo anche io, non so cosa dirle.

“Stavamo bene assieme”.

Tira su con il naso, le scende qualche lacrima. Riprende la sigaretta e fa un tiro, attenta a sputare il fumo lontano dalla mia faccia.

“Non ero così male”, dice, “e ti ho dato tutto. Avrei fatto tutto per te”.

Piange, la abbraccio, mantenendo però le distanze.

“Mi dispiace”, dico.

Continua a piangere. Mi viene duro. Le donne che piangono, soprattutto se piangono per me, mi fanno questo effetto. Continuo ad abbracciarla e la avvicino a me, cercando di farle sentire il pisello. Le do un bacio sulla fronte.

“Che fai?”, chiede con il sorriso.

Non rispondo. Scivolo con la mano destra dentro i suoi pantaloni, lei lascia fare. Il pisello pulsa contro i jeans, mi tirano i peli. Sento l’elastico delle mutande, i polpastrelli percepiscono la ricrescita ispida. La prima volta che si era rasata, l’aveva fatto con me. In effetti aveva fatto un sacco di cose con me, per la prima volta: di sicuro tutte quelle che c’entrano con il sesso. Provo a scendere con le dita, ma faccio fatica, i pantaloni ostacolano il polso.

“Fermo”, dice bloccandomi il braccio, “ho le mie cose”.

Quasi a volerla sfidare, faccio forza e vado avanti. Sento l’assorbente. Tiro fuori la mano e la guardo: non mi è mai piaciuto fare sesso con una donna con le mestruazioni. È capitato, ma non è tra le mie pratiche predilette.

“I pompini però posso farli lo stesso”, dice, “non sono allenata, ma credo di essere ancora capace”.

Sto per venire e le blocco la testa, come le piaceva venticinque anni fa. Sembra che le piaccia ancora, e io non disprezzo. Vengo, spingendo più in fondo possibile. Dà un colpo di tosse, si stacca e un rivolo di sperma le cola dall’angolo della bocca. Mi giro verso il tavolo, prendo uno scottex e asciugo il pisello dalla bava. Lei si pulisce il muso con il dorso della mano.

“Vado un secondo in bagno”, mi fa accendendo una sigaretta.

Sono solo in cucina. Non mi piacciono le chiacchiere, tanto meno quelle dopo il sesso. Decido di andare via, prima che Cristina torni mendicando amore in cambio del sesso. Prendo la giacca e vado verso il portoncino. Credo che dovrei sentirmi in colpa, o qualcosa di simile, ma non ci riesco. Mi dispiace per lei, per le sigarette che fuma, per il marito che si ritrova, per il gin che mette nel succo del Lidl, per i chiodi venduti, per la figlia di nome Africa, ma non sono responsabile della sua vita. Apro il portafoglio, prendo un biglietto da cinquanta euro e lo lascio sul tavolo, bloccandone un angolo sotto il bicchiere di Cip e Ciop. Abbasso la maniglia del portoncino, poi torno sui miei passi. Potrebbe pensare che la sto pagando e non mi va che si senta una puttana. Infilo il biglietto da cinquanta euro nel portafoglio e ne metto uno da dieci: un conto è pagare, un conto è un pensierino.

Salgo in macchina, Cristina deve essere ancora in bagno, non la vedo affacciarsi. Metto in moto e parto. Ho un magone, hanno appena seppellito mia mamma, forse stasera non vado nemmeno a puttane.

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