Giuseppe voleva andare al mare

Giuseppe voleva andare al mare. Aveva quattordici anni e non ci era mai andato, anche se il mare non era lontano: quando andava al belvedere, o saliva fino a Bruncu Tiria, riusciva a vederlo. A volte ci saliva apposta, di mattina presto, per guardare la Tirrenia che entrava nel porto di Cagliari, e se incontrava qualcuno raccontava che stava andando ad acchiappare uccellini.

Abitava nelle case popolari di Beverly Hills, cinquantotto metri quadrati di appartamento da dividere con i genitori, due fratelli e una sorella. La madre era casalinga e il padre disoccupato: quando faceva una giornata – manovale, raccogliere ferro vecchio, togliere pietre dai campi – consegnava la paga alla moglie, che la spendeva in pastasciutta, riso, olio, farina, pelati. Se i soldi erano molti, anche spuntature di ali di pollo in macelleria. Giuseppe ripeteva per la terza e ultima volta la prima media e a settembre non sarebbe tornato a scuola. Aveva fatto un giro negli ovili fuori dal paese, chiedendo se serviva una mano d’aiuto, ma nessuno gli aveva detto di tornare l’indomani mattina, a parte Tottori Scramentau. Solo che lavorare per Tottori significava lavorare gratis e non lamentarsi nemmeno. Giuseppe lo sapeva come avevano ritrovato Florin, il grassone rumeno che faceva il servo pastore da lui: svenuto, nudo, pieno di sangue, un braccio rotto e settanta centesimi in monete sulla pancia. Così impara a chiedere soldi, cazz’e zingaru de merda, si era vantato Tottori al bar di Clarabella mentre beveva birra abbracciato ad Agnieszka, la badante polacca di signora Setzu che il giovedì aveva il giorno libero e lo passava facendosi la tinta bionda, bevendo filu ‘e ferru e scambiando effusioni con chi le capitava vicino.

A Giuseppe l’idea gli era venuta due giorni prima, quando Nando Casciali aveva messo fuoco ai cespugli dietro Su Cunnu de Aundi, non era riuscito a controllare le fiamme e aveva bruciato mezza Pineta. Erano arrivati i pompieri, la protezione civile, gli elicotteri e alla fine anche il Canadair, un attimo prima che il sindaco desse ordine di evacuare le case. Giuseppe era andato in graziellone al belvedere, con i due fratelli, Tommaso Medr’e Cuaddu, Antonio Akrapovic e Maurizio Spappau, tutti insieme a vedere l’elicottero che riempiva di acqua il secchio nei vasconi antincendio. Gli erano rimasti nelle orecchie il rumore delle pale dell’elicottero, negli occhi la polvere che sollevavano e in testa l’idea che se non poteva andare al mare, almeno un tuffo nel vascone lo poteva fare.

Aveva preso l’ombrello della sorella senza farsi vedere. Gliel’avrebbe riportato di sera perché sapeva che ci teneva: a Serena gliel’aveva dato signora Ausilia, la bigotta di Santa Itroxia, un giorno che l’aveva vista andarsene sotto la pioggia dal catechismo e le era dispiaciuto così tanto che le aveva detto di entrare nel negozio di Lauretta e scegliersene uno. Serena avrebbe desiderato prendere quello di Violetta, ma non voleva approfittarsene e ne aveva scelto uno grigio, da signora, adatto anche per la mamma.

Non sarà un ombrellone vero, pensava Giuseppe legandolo al telaio del graziellone, però andrà bene lo stesso. Simone, il fratello più piccolo, sedeva sul portapacchi e stringeva un asciugamano, mentre Biagio, il fratello di mezzo, correva dietro la bicicletta in ciabattine e con uno zainetto in cui aveva messo un cappellino di Boassa Arredamenti e la paletta da manovale del padre. Non prenderla, gli aveva detto Giuseppe, tanto non è che c’è la sabbia per fare i castelli, ma Biagio aveva visto Peppa Pig che al mare scavava e trovava l’acqua in spiaggia, e poi l’aveva minacciato che se non gli lasciava prendere la paletta avrebbe detto a Serena dell’ombrello. Medr’e Cuaddu e Akrapovic si erano aggiunti in strada, mentre Spappau alla fine non era venuto: ormai stava sempre appresso a Nicola Centochili per scroccargli una sigaretta o due tiri di joint.

Per piantare l’ombrello Giuseppe aveva dovuto svitare il manico a uncino e si era messo a scavare con le mani, ma la terra era troppo dura e gli era toccato di usare la paletta di Biagio. L’ombrello restava rasoterra e sotto non c’era spazio per niente, nemmeno per stendere l’asciugamano. Che cosa me ne frega, pensò Giuseppe, tanto era andato al vascone per farsi il bagno, mica per sdraiarsi.

Biagio e Simone erano in mutande davanti all’acqua e si lanciavano terra, mentre Medr’e Cuaddu e Akrapovic si erano tolti solo la maglietta, restando a petto nudo. Giuseppe era l’unico con il costume da bagno. Sfoderava un paio di slip rossi della Marlboro: glieli aveva portati due anni prima una signora del volontariato vincenziano che ogni tanto andava a trovarli. Gli stavano stretti, l’elastico non copriva bene i peli e a seconda di come si muoveva lasciavano una chiappa scoperta, ma quando se li era provati, arrampicandosi sul water per vedersi allo specchio, gli era sembrato che gli facessero il pisello più grande, per cui aveva deciso di metterseli.

Il bordo del vascone era ricoperto di cosa verde e l’acqua era marrone: non si vedeva il fondo ma Giuseppe sapeva che era alta, lo aveva capito quando aveva visto il secchio dell’elicottero. Biagio si bagnò un piede e Giuseppe lo spinse via. Era pericoloso, e poi voleva essere lui il primo a entrare. Fece un giro attorno al vascone e si fermò dal lato che gli permetteva di guardare verso Cagliari. Da lì si vedeva il mare e con un po’ di immaginazione si sarebbe fatto il bagno al Poetto. Tornò indietro verso un mucchio di macerie di edilizia, attento a non tagliarsi i piedi con le scaglie di mattone. Trovò un blocchetto di cemento e lo portò vicino al vascone. Sopra poggiò un bidone mezzo arrugginito e si assicurò che fosse stabile. Non era un trampolino perfetto, ma era comunque contento di essere riuscito a costruirlo. Salì, sorrise a Biagio e Simone, guardò Medr’e Cuaddu e Akrapovic, chiuse gli occhi e si lanciò in acqua.

Il fatto di non respirare fu dapprima sorpresa, quasi piacevole, poi paura, infine panico. Cercava aria e trovava acqua. Mosse le braccia verso l’alto e Akrapovic gli tirò una lattina vuota di Ichnusa. Biagio e Simone ridevano: Giuseppe si dimenava alla ricerca di ossigeno, ma a loro sembrava che stesse scherzando. La mano sinistra fu l’ultima parte del corpo che videro, prima che andasse definitivamente a fondo.

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