La decisione

Non è nemmeno un racconto, questo racconto, però è bello.

Da ragazzino, più o meno intorno ai ventidue anni, facevo vita disordinata. Giocavo a pallone, è vero, ma dopo gli allenamenti e le partite, soprattutto dopo le partite, restavo in giro tra bar, pub e piazzette. Fumavo tanto, bevevo ancora di più e tornavo a casa quando la gente normale esce per andare al lavoro. Ero affascinato dai calciatori genio e sregolatezza – in camera avevo il poster di Paul Gascoigne – e io, difettando di genio, sopperivo con la sregolatezza. Difficilmente mi alzavo dal letto prima delle due e non sempre il letto era mio. Il calcio era come la birra: non dicevo mai no a una partita, né a una bevuta. Un pomeriggio giocavo dietro la chiesa di Bonaria – non ero con la mia squadra: mi aveva chiamato un mio amico, a loro gliene mancava uno – e non riuscivo a correre. Prima di arrivare al campo mi ero fermato in un bar e avevo buttato giù alcune pasticche di Moment con due mezze birre: di solito funzionava, era il mio doping. Quel giorno no. Mi misi a correre, ma non andavo avanti, il respiro era pesante, il campo si muoveva attorno a me, sentivo il cuore salirmi fino alla bocca. Mi fermai, poggiai le mani sulle ginocchia e tenni la testa bassa e quanto più ferma possibile. Avevo un minimo di sollievo solo con gli occhi chiusi. Poi li riaprii, provai di nuovo ma niente, non riuscivo a giocare. Uscii dal campo, mi sedetti negli spogliatoi e presi una decisione che ancora oggi rispetto: avrei smesso di giocare a calcio.

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