Le memorie di Tonino

Non ne posso più. Sono stanco, triste, mi sento sconfitto. Avessi vent’anni non resterei di certo inerme, sul divano, con le avvolgibili sollevate appena per non restare al buio. Mi alzerei per lottare, come ho sempre fatto finché le energie mi hanno sostenuto. Ormai sono vecchio, però, e nessun obiettivo è meritevole dello sforzo necessario per essere raggiunto. Vorrei morire. Da ragazzo non ero così, per niente, mi divertivo a provocare e non lasciavo passare indenni le offese. Attiravo le maldicenze, me le cercavo, per poi ribaltare il discorso in faccia a chi mi insultava. Adesso sono solo, e la solitudine è la disgrazia che mi pesa di più. Se volete lanciare una maledizione a qualcuno, augurategli di restare solo e finire i giorni in una casa enorme e vuota, senza altre voci che non siano quelle della televisione. E se proprio lo odiate, augurategli prima di vivere una vita piena, cosicché la solitudine sia più struggente al confronto con gli anni passati. In pratica, augurategli di stare come sto io adesso. Penso al passato, a ciò che ho vissuto, osservo vecchie fotografie, piango al pensiero di ciò che è stato e che non sarà mai più. Del mio gruppo, della mia generazione, ormai non è rimasto più nessuno. Sono morti lentamente, quasi tutti di aids, qualcuno di overdose, qualche altro di incidente. Dirette conseguenze della vita che abbiamo vissuto, dell’incoscienza che ci portava a godere di ogni istante senza pensare al futuro. Chi non è morto, ha rinnegato e, come diceva quella canzone, è una morte un po’ peggiore. Io sono sopravvissuto e spesso mi ritrovo a pensare che sarebbe stato meglio se fossi morto anche io. Non è accaduto, il destino aveva in serbo per me questo finale. Intendiamoci, non ho fatto niente per meritarmi di sopravvivere – facevo vanto di essere promiscuo e i rapporti protetti non sapevo nemmeno cosa fossero – ma non credo nemmeno di meritarmi questa fine. O, almeno, non credo di meritarmi l’odio. Sono vecchio, ormai, vecchio e malato e vorrei trascorrere in pace quel poco che mi resta da vivere. Ma non è possibile, a quanto pare non mi è permesso. Da ragazzo avrei appuntato gli insulti sul petto e sarei andato in giro mostrandomi con onore. Non temevo nulla perché non avevo niente da temere. Al contrario di altri, non mi sono mai nascosto. E soprattutto non scappavo, mai. Sarei potuto andare a Bologna, come facevano in tanti, oppure a Londra come tentavano i più audaci. Io no, io sono rimasto a Monserrato, nella casa in cui sono cresciuto, in via del Redentore. Mi chiamavano Tonino Su Caghinu e io rispondevo mandando i baci e accentuando i gesti effeminati. Mi insultavano chiamandomi frocio, caghineri, orighedda, finocchio, succia minca e culu spanau, e io accoglievo a braccia aperte gli insulti, uscendo in strada con gli occhi truccati e i pantaloni di pelle due taglie più stretti. Dopo che è morta mamma, appendevo anche i perizomi sul filo da stendere e lasciavo il cancello aperto, di modo che tutti vedessero. Mi disprezzavano, perché ero libero. Quegli stessi individui che di giorno mi negavano il saluto regalandomi occhiate di biasimo, li ritrovavo la sera, allo Space, a farsi durare una birra tre ore ed elemosinare un rapporto. Mi facevano schifo e me ne fanno ancora, soprattutto se li immagino nella loro tranquillità attuale, con la moglie, i figli ormai grandi e perché no, i nipotini sulle ginocchia. Quelle stesse ginocchia su cui si poggiavano per farmi un pompino. Hanno cercato di avvelenarmi la vita, ma non ci sono riusciti, non all’epoca almeno. Ho vissuto e ho goduto, ho dato e ho ricevuto, non ho rimpianti. Certo, sarebbe stato più semplice trasferirmi, lasciare la Sardegna, magari trovare un compagno e vivere nell’anonimato di un’enorme città che non si preoccupa di un omosessuale. Io invece sono rimasto, mi facevo chiamare Tony Black e animavo le serate allo Space. Cantavo, ballavo, bevevo, mi drogavo, scopavo e iniziavo daccapo, convinto che sarebbe durato per sempre. Invece adesso, solo in questa casa enorme che sta cadendo a pezzi, mi guardo attorno e capisco che no, niente dura per sempre e del passato restano solo lacrime e odio. Qua in via del Redentore sono sempre Tonino Su Caghinu, come se fossimo ancora nel 1977. Quarant’anni fa avrei sorriso e urlato che sì, sono frocio, mi piace il cazzo, andiamo a scopare? Adesso invece combatto contro una cardiopatia che mi ucciderà, ma che è appena un solletico in confronto alla tristezza che mi porto dentro. Stamattina sono andato a recuperare il bidone dell’umido e mi è mancato il fiato a leggere la scritta che di notte mi hanno fatto sul muro: Gay al rogo. Tonino Su Caghinu pedofilo di merda. Quarant’anni fa avrei chiamato Robertino e gli avrei chiesto di scattarmi una foto vicino alla scritta: l’avrei usata come manifesto per le serate allo Space. Adesso no. Adesso non sto bene. Adesso non capisco perché qualcuno senta il bisogno di insultarmi. Non so chi sia stato, ma posso immaginarlo: ragazzini, ragazzini che nemmeno mi hanno mai visto in giro, ma che sentono dai loro padri la leggenda di Tony Black. Perché un omosessuale dichiarato a Monserrato, uno che nel 1977 faceva serate vestito da donna, quello è: una leggenda. In fondo a quella strada, dopo il tabacchino, in quella casa con le finestre sempre chiuse, abita Tonino Su Caghinu. Se uno ha bisogno di soldi va da lui che glieli dà, basta che gli fa succhiare il cazzo. L’ho sentita io con le mie orecchie, questa storia, un giorno che ero in fila alla posta: chi la raccontava non mi aveva mai visto, non sapeva che faccia avessi, eppure si sentiva in diritto di parlare di me. Se avessi avuto vent’anni gli avrei risposto – amore, se mi fai succhiare il cazzo certo che ti pago, ci mancherebbe, ma solo se ce l’hai bello grosso – ma ho preferito tacere. Dovrei cancellare la scritta, non mi va più di dare spettacolo. Vorrei tornare a essere Antonio Nieddu, non Tonino Su Caghinu. Se avessi la forza uscirei in strada e coprirei le offese con una mano di vernice bianca: sapere che quella scritta accompagna i passanti mi disturba. Non me lo merito, sto male per conto mio, non è giusto che ci si mettano pure gli altri. E poi preferirei che Youssef non le veda, anche se ancora non sa leggere bene in italiano. Abita nelle case popolari dietro il parco e ogni tanto, quando esce da scuola, mi fa delle commissioni. Va in farmacia, passa dal medico a ritirarmi una ricetta, mi compra le sigarette. Non vorrei che si lasciasse influenzare e mi scacci via, la prossima volta che gli infilo la mano nei pantaloni per toccargli il pisello.

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