Mariolino

Fatico a infilare la chiave nella toppa, le dita delle mani sono congelate. Finalmente ci riesco, spingo e apro. La luce delle scale illumina l’ingresso, facendo brillare gli occhi di Mariolino, che mi accoglie con un saluto per niente affettuoso, una specie di ringhio che metterebbe paura, se non provenisse da un cane che non mi arriva al ginocchio. Accendo l’interruttore e controllo l’attaccapanni: non c’è il cappotto di Marta, né la sua sciarpa. Apro il cassettone, manca anche il berretto: è uscita, anche se aveva detto che sarebbe rimasta a casa. Mariolino mi gira tra i piedi, vorrebbe andare fuori, punta la porta, ma io sono appena tornato e voglio farmi una doccia, poi mangiare qualcosa e rilassarmi sul divano, non mi va di portarlo a spasso. Mi tolgo il k-way, il paraorecchie, lo scaldacollo e le dita riacquistano sensibilità. Ho fatto trentaquattro minuti e cinquantasette secondi di corsa ininterrotta, a parte una breve pausa davanti alle strisce pedonali in via Trieste: non si fermava nessuno e ne ho approfittato per riprendere fiato. Tiro via la felpa e mi guardo allo specchio del termoarredo. Sto tornando in forma, ormai sono quattro mesi e mezzo che vado a correre. Il fisico appare tonico, ma temo che il merito sia della maglia traspirante: è aderente, con una sorta di muscolatura disegnata sopra e poi è nera, snellisce.

Mariolino non prende bene l’intenzione di entrare in bagno. Continua a mettersi tra i piedi, fa un verso sofferto, arrabbiato, se potesse sfonderebbe il portoncino con la testa. Mi slaccio le scarpe, tolgo i calzini e gliene lancio uno appresso. Non si degna nemmeno di seguirlo con lo sguardo. Vuole uscire, non giocare con me. Raccolgo il calzino e finisco di spogliarmi, nel frattempo apro il miscelatore, pregustando il calore dell’acqua sulla schiena. Mi guardo allo specchio, la pancia non è ancora piatta come vorrei. Come vorrebbe Marta, soprattutto. Prendo la bilancia e mi peso: sessantanove chili, non male, considerando che cinque mesi fa ne pesavo settantacinque. Non sono ancora soddisfatto: vorrei scendere fino a sessantaquattro, sessantatré, e soprattutto vorrei essere più definito. Mi infastidisce lo strato di grasso che ho sull’addome, non riesco a indossare quelle camicie strette che piacciono a Marta.

Lascio scorrere l’acqua e vado in cucina. Sono nudo, il sudore mi si sta congelando addosso, ma voglio controllare il cellulare. Mariolino litiga con le mie pantofole: appena allungo il passo, si piazza davanti e tenta di morderle, non gli piacciono. Me le ha regalate Marta per Natale, dicendo che mi davano un’aria più simpatica, più giovanile. Ha buttato via le mie, quelle che mi ha comprato mamma da signora Silvana, in via San Martino, quando ancora abitavo con i miei.

“Sembrano ciabatte da handicappato”, ha detto Marta quando le ha viste per la prima volta.

In effetti, non che fossero belle. Erano di quelle alte, tipo polacchina, marrone scuro, con la suola di gomma dura e la zip sul collo del piede che acchiappava il calzino quando la tiravo su. Però facevano il loro mestiere, tenevano caldo il piede. E quelle, Mariolino, nemmeno le considerava. Con queste invece si innervosisce. Non so se siano i colori, giallo e rosso, oppure la forma, con quel faccione sorridente di Pluto, ma proprio non le sopporta. Appena le calzo, se non è impegnato a dormire, mi viene appresso e mi guarda come se indossarle fosse uno sfregio alla sua dignità. Tenta di morderle, ci dà contro con le zampe, vorrebbe staccare il naso di Pluto. Io lo caccio via, le riempie di bava, e comunque non mi va che le rompa, sono pur sempre un regalo.

Mi scruta con cattiveria, le vuole distruggere. Ammetto di non essere un bello spettacolo, nudo e con Pluto ai piedi, ma non penso di meritarmi questa acrimonia. Un cane normale mi scodinzolerebbe, sarei pur sempre il suo padrone, ma Mariolino non è un cane normale. Non gioca, non si fa coccolare, non si diverte. Lui mangia, dorme e spinge per uscire. In strada, quando lo porto fuori, non si fa distrarre da ciò che gli accade intorno. Cammina spedito, si ferma appena a fare pipì, ma per il resto non sembra nemmeno un cane, tanto è fiero e altezzoso.

Su Whatsapp c’è un messaggio. È di Marta.

“Sono uscita con Naty, forse torno per cena, oppure ci vediamo dopo”.

C’è un cuoricino.

“Ok”, rispondo. “Ti amo”.

“Tu che fai?”.

“Sto a casa”.

“Porti fuori Mariolino?”.

“No, troppo stanco. Doccia, mangio e divano”.

“Bacio”.

“Bacio”.

Mi ero scordato di avere l’acqua aperta. Torno in bagno di fretta, chiudo la porta e calcio via le pantofole. Finalmente mi scaldo. Quando il rumore del getto non mi copre le orecchie, sento Mariolino che guaisce dietro la porta. Vorrebbe entrare per devastarmi le pantofole, ma lo lascio fuori. Mi insapono, mi sciacquo e mi insapono di nuovo, godendomi ogni attimo in cui le gocce calde vengono a contatto con la pelle. Ci fosse Marta in casa, mi darei una mossa, invece non c’è e ne approfitto. Di solito sono io che le dico di fare in fretta, anche se lei poi fa come le pare.

Mariolino è un melander pezzato nano dal pelo corto. Aveva tre mesi quando è arrivato a farci compagnia. Lo abbiamo preso da un allevatore di Assemini, un ragazzo che tiene gli animali con cura. Ce l’ha fornito con il pedigree, il microchip e le principali vaccinazioni effettuate. Siamo andati in diversi allevamenti – quanti ne abbiamo girati in quei giorni! – e alla fine abbiamo scelto lui, anche perché offriva la possibilità di pagare a rate: il taeg non è elevato e tra due mesi le finisco. Marta si è innamorata dei melander quando ne ha visto uno per strada, in braccio alla padrona. Si è fermata per accarezzarlo e il cagnolino le faceva le feste, era tenerissimo, sembrava un peluche. Mi ricordo ancora il nome: Agamennone. Appena finito di coccolarlo, Marta si era seduta sulle fioriere di fronte all’ingresso di Foot Locker e aveva cercato su Google le immagini di quella razza. Venti giorni dopo ne avevamo uno in casa, un batuffolo dolce e tenero che voleva bere solo del latte. Ora che sta per compiere due anni, fatico a credere che la bestia che vuole sbranare Pluto sia lo stesso cucciolo che Marta non smetteva di sbaciucchiare.

Io non potevo toccare Mariolino. Le prime settimane mi era proibito accostarmi a lui, Marta desiderava che riconoscesse solo lei come padrona. Io adoro i cani, ma più dei cani adoro Marta, per cui non mi mettevo a battibeccare per accarezzarlo. Se era felice con il cucciolo, io ero felice per lei. Con il passare del tempo, tuttavia, la tenerezza di Mariolino è venuta meno. Ha cominciato a non reagire alle coccole, non cercava più di essere baciato, quando lo chiamavamo se ne stava nel suo angolino, indifferente alle attenzioni che gli riversavamo. Mi viene nostalgia, se penso al suo primo inverno, quando gli abbiamo preso un cappotto che lo faceva sembrare un damerino. Marta non ha mai auspicato il freddo come quell’anno, desiderosa di andare in giro con Mariolino vestito elegante. Che tristezza, a sapere che adesso è fuori dalla porta del bagno, arrabbiato contro le mie pantofole e nervoso perché non può uscire. Il cappotto non so nemmeno dove sia finito.

Mariolino si mostrava disinteressato alle nostre attenzioni, e Marta cominciava a staccarsi da lui. Non è accaduto in modo netto, ma è stato un lento scivolare verso l’apatia reciproca. Eppure, i tentativi di coinvolgerlo ci sono stati, io e Marta non siamo persone che trascurano gli animali. Lo abbiamo portato da uno psicologo canino che ci ha consigliato il nostro veterinario: non è servito a niente. Marta temeva che Mariolino avesse un leggero ritardo mentale, ma il dottore ci ha assicurato che il cane stava bene, aveva solo bisogno di alcune sedute di terapia assieme a noi. Ne abbiamo fatte tre, poi Marta si è stufata di andare ogni due mercoledì dallo psicologo, io ne ho fatta un’altra con Mariolino e, quando mi sono reso conto che nemmeno Mariolino era interessato, ho preferito restare a casa.

Finisco di asciugarmi, mi metto una vecchia tuta della Champion, indosso le pantofole e apro la porta del bagno. Appena abbasso la maniglia, Mariolino ringhia contro Pluto e lo scosto con la pianta del piede. Ringrazio che sia un melander nano pezzato, non saprei come fare se fosse un pastore tedesco. Entro in cucina, mi siedo e prendo il cellulare.

“Tutto bene?”, scrivo a Marta.

Apro il frigo e  prendo prosciutto e sottilette.

“Sì, che fai?”.

“Mangio, poi divano”.

“Sicuro che non porti fuori Mariolino?”.

“Sicuro”.

“Baci”.

“Ti amo”.

“Anche io”.

Non saprei dire con precisione il giorno in cui Mariolino è diventato affar mio, ma ormai è così: tocca a me portarlo in giro, accompagnarlo dal veterinario, preparargli da mangiare. Litigarci quando decido che è il momento di fare il bagnetto e lui si irrigidisce e tenta di mordermi. Marta non se ne cura. Io sono fatto così, mi abituo facilmente, non sto a lamentarmi. E poi sono innamorato di Marta, se posso alleggerirle la giornata occupandomi di Mariolino, perché non farlo? Lei ha problemi a lavoro, fa la parrucchiera, è molto brava, ma fatica ad affermarsi. Prima lavorava in un salone di Quartu, uno dei più grandi che ci sono, solo che la titolare la imbrogliava sui contributi. Si è licenziata e assieme a un’amica ha rilevato un’attività a Monserrato, ma con la crisi le cose non sono andate bene. Quando ha chiuso abbiamo preso Mariolino: io pensavo che un animale domestico l’aiutasse a superare i momenti più duri, e in effetti è stato così, almeno all’inizio. Adesso Marta ha aperto un hair center a Pirri, ma le cose continuano a non girare per il verso giusto: i clienti sono pochi, non sempre pagano, e inoltre la ragazza che l’aiuta inizia a fare scenate perché pretende di essere assunta. Non mi sembra carino aggiungere preoccupazioni su preoccupazioni, caricandola della gestione di Mariolino. Meglio che vada a fare l’aperitivo con le amiche e si distragga un po’.

Lascio il toast qualche secondo di più nel tostapane, mi piace che sia bruciacchiato e croccante. Ho Mariolino ai piedi, mi guarda e poi guarda la porta e non gli importa di quello che sto mangiando. Un altro cane farebbe gli occhi dolci, prenderebbe un pezzo di toast, un po’ di coccole e sarebbe contento. Lui no, a lui del toast non gliene frega nulla, vuole solo uscire. Finisco di mangiare, pulisco, lascio cadere le briciole nella pattumiera dell’umido, tiro fuori il sacchetto e lo chiudo.

“Mi dispiace, oggi si sta a casa”, dico a Mariolino.

Morde Pluto e cerca di tirarmi verso il portoncino. Gli apro la portafinestra che dà sul balcone. Se vuole fare pipì, può andare di là. Nemmeno si gira.

“E va bene, hai vinto”, sorrido.

Il divano può aspettare, non mi costa nulla portarlo fuori. E poi da solo mi annoio: ci fosse Marta, starei con lei, ma così non ho proprio scuse per non accontentarlo. Mi levo le pantofole e i calzoni della tuta, mi infilo un paio di jeans, le Nike, e sono pronto per uscire.

Mariolino avanza orgoglioso: la testa è alta, la schiena dritta e le zampe tozze seguono un’immaginaria linea retta. Io gli sto dietro tenendolo al guinzaglio e quando accelero il passo per affiancarlo, lui impercettibilmente aumenta il ritmo, facendomi capire che preferisce stare davanti. Risalgo via Rossini, giro in via Roma e decido di passare davanti al Ludus. Ho lasciato il cellulare in carica, non posso mandare un messaggio a Marta. Se la incontro, bene, altrimenti torno verso casa. Vorrei anche salutare Naty, è da un po’ che non la vedo.

È freddo, mi calo la cuffia sulle orecchie e stringo la sciarpa. Mariolino cammina spedito, non preoccupandosi di annusare le tracce degli altri cani. Al Ludus non c’è praticamente nessuno, a parte un ragazzo e una ragazza seduti sotto il fungo riscaldante. Cosa non si fa, per accontentare i fumatori… Anche Marta fumava, ma ora ha smesso e io sono orgoglioso di lei. Non vedo bene la coppia, sono distante, ma i movimenti dei corpi mi sembrano noti. In questo paese conosco pochissime persone, solo gli amici e i parenti di Marta. Ci abito da quando mi sono sposato, mentre lei è nata e cresciuta qua. I miei genitori insistevano per restare a vivere a Selargius, avrebbero diviso la villetta per lasciarcene metà – c’era il progettino – ma Marta non era d’accordo. Voleva stare a Sinnai, così ho convinto i miei genitori a vendere la casa e trasferirsi in una più piccola. Con parte del ricavato ho dato l’acconto per l’appartamento in cui abito con Marta, il resto lo pago con un mutuo.

Socchiudo gli occhi cercando di mettere a fuoco la coppia, magari sono amici di Marta. Il ragazzo stringe a sé la ragazza, poi con fare scherzoso la spinge via. La vedo.

È Marta.

La riacchiappa, la stringe di nuovo, la bacia.

Tengo fermo il guinzaglio, Mariolino tira per andarsene. Non mi muovo.

Marta ricambia il bacio, si attaccano, sembrano non volersi staccare mai.

Mariolino tira e si gira per guardarmi. Mi volto indietro e riparto. Cammino e negli occhi ho il sorriso di Marta che si getta al collo di quel pezzo di merda. Puttana.

Arrivo a casa, mi cambio e mi getto sul divano. Voglio proprio vedere cosa dice, quando torna. Ho di nuovo la tuta e le pantofole, non sembra nemmeno che sia uscito. Se mi chiede qualcosa dico che va tutto bene, a me.

Tu, piuttosto?

Mi alzo di scatto all’idea che qua, proprio in questo divano, si sdraia e mi mette i piedi sulle cosce.

“Mi fai le coccole ai piedi, amore?”.

Puttana.

E mentre io le facevo le coccole, lei era presa dietro quel cazzo di telefono di merda. Nemmeno mi ascoltava, se dicevo qualcosa. E ci credo, era impegnata a mettermi le corna, la troia. Mentre le coccolavo i piedi. Puttana.

Cammino attorno al tavolo, mi prude tutto, ho proprio voglia di sentire cosa mi dice.

“Mariolino non rompere i coglioni”.

Mariolino non mi ascolta e si attacca alle pantofole.

“Mariolino, basta! Smettila”. Urlo.

Niente da fare, più mi muovo e più Mariolino segue Pluto.

“Lascia la pantofola”. Urlo di nuovo.

Stringe più forte, il cane di merda. Cammino e cerco di divincolarmi, ma lui stringe. Cane di merda voluto da una puttana di merda.

“Molla”.

Non molla, muovo il piede avanti e indietro per farlo staccare, ma non lascia la presa.

“Cane di merda!”.

Sollevo il piede, Mariolino resta a mezz’aria.

“Cane di merda di una puttana di merda”, urlo.

Calcio con quanta forza ho in corpo, Mariolino non lascia Pluto e si schianta, accompagnato dal mio collo del piede, sul muretto in cartongesso che separa la zona bar dal resto della sala. Un’altra idea di quella puttana, la zona bar. Ce l’ho ancora attaccato al piede.

Un altro calcio, cane di merda.

Urlo e Mariolino urla più di me.

Un altro calcio.

Urlo più forte e Mariolino geme.

Un altro calcio, e il rumore sordo del piede che affonda dentro il cane.

Urlo, sento il piede caldo e bagnato, ma non provo dolore.

Un altro calcio, Mariolino non fa più versi.

Urlo e le urla sovrastano il rumore dei calci che do a Mariolino.

Gliene do tanti, continuo a colpirlo. Ho gli occhi chiusi e quando li riapro Mariolino e le pantofole di Pluto sono una cosa sola, una poltiglia di tessuto, carne, plastica, peli. E sangue. Soprattutto sangue.

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