Le palpebre, candide e lisce, prodigiosamente ancora impigliate all’infanzia

Vorrei iniziare a scrivere sul blog con la recensione di un capolavoro della letteratura contemporanea: Chirù, di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi nel 2015. Il testo è già apparso su Goodreads e su anobii, ma mi va di autocelebrarmi, per cui: rieccolo.

SVC_Murgia_Michela_Chiru.indd
Chirù che pensa se lo sapevo col piffero che facevo il protagonista di un romanzo.

Innumerevoli concetti si fanuccano raminghi nel mio io dopo una tale cordellata solitaria, e perciò stesso degna di attenzione, di acclusivi concetti editieri di sconfinata sentimentalizzazione reciproca.
Ahn?
Boh!
È che dopo aver letto tutto d’un fiato l’ultima fatica letteraria di Michela Murgia mi sento un genio della letteratura anche io – che vi credete? – e le parole difficili già esistenti per me non sono sufficienti, per cui ne invento di più difficili.

Com’è Chirù, allora? A caldo, e tuttavia dopo meditata riflessione, verrebbe da articolare un giudizio complesso, tale per cui possa essere espletato in apposita tazza di ceramica all’uopo progettata con riferimenti a comportamenti sopra le righe che talvolta esulano la normalità. ‘rca miseria, Michela Murgia mi ha contagiato e non riesco più a dire cagata pazzesca senza contorcermi con l’italiano. Si tenga tuttavia presente che tale definizione non vuole essere assolutamente lesiva dell’opera di genio della nostra scrittrice preferita, trattandosi solo e indubbiamente di citazione, alla quale rimando.

Ma vediamo di argomentare. Continua a leggere