Il cammino dell’acqua

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Mi piacciono le storie di viaggio, meglio se a piedi o in bicicletta. Però allo stesso tempo non sopporto le ciance spirituali, il terzo mondo, le culture millenarie, lo spirito comunitario, le tradizioni di una volta, il commercio equo-solidale, i riti tribali, il buon selvaggio, le religioni orientali, la ricerca di sé stessi, l’utopia, la metafora e soprattutto la schiuma nel cappuccino. Lo so che non c’entra molto, però il discorso stava prendendo una piega troppo intelligente per i miei gusti e bisognava riportarlo a terra. Comunque, la schiuma nel cappuccino non mi piace davvero, né liquida né solida, inconsistente, sembra bava, bleah. Non capisco come si possa trangugiare una roba simile. Continua a leggere

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Le otto montagne

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Lamberto Dini è bruttissimo. Dice: sì, ma si veste bene. Porca puttana, brutto com’è ci mancherebbe altro che si vestisse male.
Paolo Hendel

Ognuno ha i maestri che si merita e io, sia detto senza falsa modestia, Paolo Hendel me lo merito tutto. Così, mentre leggevo Le otto montagne, riflettevo sul pensiero dell’istrione fiorentino e lo malleavo alla bisogna: che sia, questo libro, equivalente letterario del succitato dirigente d’azienda, economista e politico italiano (fonte: Wikipedia) dai lineamenti non così gradevoli ma che, tuttavia, indossa capi di pregevole fattura? Per rispondere a tale domanda, c’è bisogno di uscir di metafora e affrontare la vexata quaestio che tanto fa tribolare i critici più esperti: si può scrivere bene una brutta storia? E, specularmente, si può scrivere male un bel romanzo?

Partendo dalla fine, direi che la risposta all’ultima domanda non può che essere negativa. Continua a leggere

Bruciare tutto

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Io di libri brutti ne ho letti – persino uno di Christopher Hitchens, una volta – ma questo qua li supera tutti. Ma davvero, quasi quasi mi indigno per quanto è brutto. È una schifezza, proprio. Scritto male, con una trama (trama poi…) costruita a tavolino e sviluppata in modo illogico, irrealistico, tanto chi se ne frega, c’è di mezzo un prete pedofilo, frega niente se l’intreccio è una buffonata. E i personaggi, signora mia, dei personaggi ne vogliamo parlare? Macchiette che parlano come nessuno parla, che esprimono concetti che al Siti saranno parsi intelligenti (o sarà parso intelligente ragionarci su), ma che trovo altrettanto dibattuti dalla D’Urso, al pomeriggio, forse con minori riferimenti intellettuali, ma di certo espressi in un italiano più vero. Continua a leggere

La paranza dei bambini

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Ognuno di noi ha timori, paure, incubi, fobie. I più bravi se ne fanno una ragione e riescono a conviverci. Altri, come me, scelgono una strategia diversa. Sicuramente meno coraggiosa, probabilmente pavida: evitiamo le situazioni spiacevoli, le fuggiamo, fatichiamo – e non poco – per costruire un mondo in cui il terrore resti confinato fuori dal recinto che abbiamo innalzato. Non è un comportamento da persone mature, lo ammetto: i veri uomini prendono i problemi di petto e li risolvono. Io no, io scappo. I veri uomini, però, fanno pure le flessioni, bevono whisky, si indignano e scuotono la testa quando qualcosa palesemente non va come dovrebbe andare, fanno battute sul sedere della tizia che è appena passata, parlano di cilindrata delle macchine, si fanno la barba (o peggio: non se la fanno e la curano meglio di come Masahiko Kimura cura i bonsai), per cui non è che mi dispiaccia tanto non essere considerato un vero uomo. Continua a leggere

La cattiva strada

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Da che mondo è mondo l’uomo si interroga sul senso della vita, medita sullo scopo dell’esistenza, discute di massimi sistemi, discetta di clima umido, esamina le conseguenze dell’immigrazione sulle tradizioni dei padri, stringe forte la mano ai figli quando passa una zingara, spiega perché l’euro ci ha impoveriti (che è come prendersela con il kg che ci ha ingrassati), e soprattutto disputa attorno ad argomenti mai uguali, mai banali (Pezzali 2004). Continua a leggere

I difetti fondamentali

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Ho letto quattro racconti, l’ultimo a salti, il terzo anche. Non credo che ne leggerò altri, nonostante le mirabolanti promesse che campeggiano in copertina. L’arte del racconto al suo meglio. E vabbe’, lo so che non è colpa dell’autore, non decide lui cosa mettere in copertina, ma però a me mi danno una brutta sensazione lo stesso queste frasi. L’arte del racconto al suo meglio, insomma, e credo di averlo già detto, ma paroledel genere mi fanno pensare al mese di luglio, quando il Cagliari presenta Pablo Fernando Dettori Ibañez, detto Niño El Maciniño, introdotto dagli addetti ai lavori come il prototipo del calciatore moderno, una via di mezzo tra Beckenbauer, Figo e Beppe Baresi. Tempo tre mesi e il suddetto Niño viene mandato in prestito ai Leones de Sant’Agata – deve farsi le ossa, si dice –  e nessuno lo vedrà mai più. Continua a leggere

Works

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Insomma, io non so cosa dire. Sono un vecchio borbottone, per cui non capisco bene questo genere che va di moda oggi – addirittura autofiction, ho letto da qualche parte, che poi sarebbe la versione in inglese letterario e maccheronico dell’amico che conta balle – e che annovera tra i migliori esponenti l’Albinati e il Trevisan. Sono più o meno romanzi come gli altri, ma basati su una storia vera, come le fiction di Canale 5. Works è la storia della vita lavorativa del Trevisan, prima che il Trevisan diventasse scrittore. Continua a leggere