I difetti fondamentali

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Ho letto quattro racconti, l’ultimo a salti, il terzo anche. Non credo che ne leggerò altri, nonostante le mirabolanti promesse che campeggiano in copertina. L’arte del racconto al suo meglio. E vabbe’, lo so che non è colpa dell’autore, non decide lui cosa mettere in copertina, ma però a me mi danno una brutta sensazione lo stesso queste frasi. L’arte del racconto al suo meglio, insomma, e credo di averlo già detto, ma paroledel genere mi fanno pensare al mese di luglio, quando il Cagliari presenta Pablo Fernando Dettori Ibañez, detto Niño El Maciniño, introdotto dagli addetti ai lavori come il prototipo del calciatore moderno, una via di mezzo tra Beckenbauer, Figo e Beppe Baresi. Tempo tre mesi e il suddetto Niño viene mandato in prestito ai Leones de Sant’Agata – deve farsi le ossa, si dice –  e nessuno lo vedrà mai più. Continua a leggere

Il rumore della pioggia

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Peccato, gli ingredienti c’erano tutti, a partire da una copertina molto bella. Aggiungeteci poi Firenze, l’Oltrarno, un antiquario morto ammazzato… sarebbe potuto essere un ottimo noir. Invece no, è solo un libro abbastanza noioso, che si lascia leggere ma non coinvolge.
La scrittura è sciatta, talvolta banale, poco efficace. Sarà che vengo da Lansdale e quindi chiunque capiti dopo fa la stessa figura di Cinciarini dopo aver visto giocare Teodosic, o sarà che ho affinato il palato, sarà quel che sarà, come diceva quel tale, ma resta il fatto che una scrittura non curata è una scrittura indigesta. Continua a leggere

La teologia del cinghiale

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Poteva essere una schifezza – cannonau, banditi, morti e sequestri – e invece non lo è. Complimenti a Gesuino Némus per essersi saputo muovere con maestria sul filo del precipizio che separa un ottimo libro dalla buffonata mirtonuragica ad usum continentalis. Se ci penso, a freddo, è una storiella che ha tutti gli ingredienti per ribrezzarmi. E invece no. Quindi ancora più complimenti, soprattutto per il senso dell’ironia che pervade tutto il racconto. Lo leggeresti per ore, uno che scrive così. Io, quando lavoravo in pizzeria, c’era il pizzaiolo che raccontava mille storie. Sapeva di contare balle, io sapevo che le contava, ma però le contava meravigliosamente e quindi non me ne lasciavo sfuggire nemmeno una. Allo stesso modo Gesuino: scrive, racconta e sorride. E noi con lui. A proposito del pizzaiolo, mi è venuta voglia di andare a trovarlo, chissà come sta.

La scuola cattolica

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Signore e signori, non perdetevi questo capolavoro del trash italico, un libro stracultissimo che purtroppo i lettori sono molto meno degli spettatori, altrimenti sai che risate. Io, una mia pietra miliare è il librone di Marco Giusti sui film italiani stracult. Si va dai trashoni naziporno alle pellicole intelligenti, impegnate, filosofiche, sociologiche, super ragionate che, però, mancano clamorosamente l’obiettivo. Ecco, se fosse un film, La scuola cattolica non sarebbe di certo un naziporno, purtroppo per Edo, ma entrerebbe di diritto nel novero dei mattoni indigeribili con ambizioni altissime e risultati inversamente proporzionali alle suddette.
La scuola cattolica si poteva chiamare anche Il diario di Edo, che non ci sarebbero state differenze. Edo è un ragazzo molto intelligente, ma non come Arbus, che riflette su tutto. Sta sempre a elaborare teorie, a ricercare spiegazioni, a fare due palle così al lettore con le sue idee su come va il mondo, e nel frattempo racconta due-tre aneddoti da bancone del bar e sopra gli aneddoti ci costruisce un’altra teoria, e dalla teoria nasce un altro aneddoto, e così via: una teoria, un aneddoto, una teoria, per settecentomila pagine, senza nessun dato di fatto e soprattutto senza ridere mai. Mai. Anzi, una volta ho riso, quando dice:
Pronto, casa Beethoven?
No-no-no-nooo! (sull’aria della nona)

Da vero amante del trash, non posso rinnegare una battuta elementar-pierinesca. Ma torniamo al Diario di Edo. Edo va scuola al SLM, negli anni del DdC, le cui vittime sono RL e DC e io con tutte queste iniziali già mi perdo. A ciò si aggiungano le pagine scritte in corsivo, le elucubrazioni tra parentesi, le poesie buttate con nonchalance (prosa uguale al resto, ma andando a capo a caso) e la frittata è fatta: ma che è ‘sta robba? avrebbe detto Alberto Sordi, che forse non tutti se lo meritano.
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Carne trita

Carne trita. Sarà che sto diventando anziano, ma ormai i libri che leggo mi piacciono quasi tutti. Domani ne inizio uno di Maurizio Maggiani, giusto per compensare questa improvvida bontà. Dicevo, Carne trita.

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“Poi vedo Carlo Cracco che dal cartellone pubblicitario dall’altra parte dei binari mi guarda con la sua solita faccia, a braccia conserte accanto a una patatina confezionata con poggiato sopra un uovo di quaglia triste e fuori posto, dandomi del tu e dicendomi «osala nei tuoi piatti». Certo che così ci sputtana. Nel senso che da quel cartellone fa vedere le cose come stanno. Vi prendo per il culo, dice, vi ho sempre preso per il culo, siamo un esercito di persone che vi prendono per il culo da un sacco di tempo, perché tanto voi non ne avete idea, non conoscete anima e melodia, vi basta essere puntuali e masticare pensieri riciclati. Uno prende un uovo di quaglia merdosissimo e l’appoggia su una chips tirata fuori da un pacchetto da un euro e cinquanta e voi aprite la bocca come macachi ammaestrati e cacciate i quattrini”.

Scritto bene, scende che una meraviglia. Io due cose cerco in un libro: la necessità di raccontare una storia e l’uso di parole adatte a raccontarla. Qua ci sono tutte e due, queste cose.

L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu

Si era rivista la domenica pomeriggio, mentre si preparava per uscire col marito e la bambina; aveva ripercorso mentalmente le insopportabili passeggiate su strade impolverate di periferia, risentito in bocca il sapore della Coppa Olimpia variegata al cacao che mangiucchiava seduta al tavolino di un solitario bar cui approdavano al termine della passeggiata, ed era rabbrividita al ricordo della sua vita di un tempo.

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Ma che bella sorpresa! Sono sempre un po’ titubante quando inizio un romanzo italiano contemporaneo, e titubo ancor di più se il romanzo è giallo (qualunque cosa significhi questa etichetta) o se c’entra in qualche modo con la Sardegna. Insomma, c’è il rischio di trovarsi nel bel mezzo di una carlottata con sparatorie a Monte Urpinu e onnipresenti cattivoni marsigliesi, oppure di imbattersi in seriosissimi tomi che sgrondano letteratura da ogni poro (ciao Michy!).

E invece no. L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu è, detto a caldo e dopo averlo letto dall’inizio alla fine, senza nemmeno buttare un occhio alla Premier League, un libro bellissimo. Continua a leggere

La sposa giovane

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Io non ci ho capito niente. C’è la Sposa, lo Zio, il Padre, la Madre, la Famiglia, il Fratocugino e il Figlio. Ogni tanto si accoppiano tra di loro e si infilano la mano nel sesso. C’è pure Modesto. Vanno al bordello. Ci sono storpi e sordomuti. Mangiano colazioni, al plurale. Nel frattempo il narratore passa dalla terza alla prima e dalla prima alla terza, neanche fosse una vecchietta con la Panda. Si sentiva la puzza della frizione del mio cervello, a cercare di acchiappare il filo. Il discorso diretto c’è e non c’è, di certo non ci sono virgolette o caporali per aprire e chiudere. Spunta pure Baricco stesso, a un certo punto. E pare di vederlo, con il suo faccino vispo: toh, cretino, mi hai lasciato quindici euro per leggere ‘ste cazzate. Senza virgolette, ça va sans dire. Sì, il Baricco lo si vede proprio, fa capolino da ogni riga: mo’ ci sparo due idiozie, un parolone, una frase senza senso, una robetta che si appiccicano su Facebook, una locuzione che eccita i liceli e fa cacciare a mamma’ i millemila euro necessari per iscriverli alla mia Scuola Holden. Continua a leggere