Maya

Sulla scia di Fredric Brown e Dennis Lehane un nuovo, straordinario racconto. Vorrei prendermi tutto il merito, ma l’onestà intellettuale che sempre mi contraddistingue non può che spingermi a ringraziare l’amico Riccardo, senza il quale questa storia non sarebbe nata. Buona lettura.

“Che poi sono io che mi faccio certi viaggi…”.

“Guarda che come te ce ne sono poche, Ale”.

“Ah, lo so bene, ma non credo che sia un vantaggio essere come me”.

“Non è vero, dici così solo perché sei delusa, ma lo sai anche tu che dopo un momento difficile ne arriva uno buono. L’importante è tenere la barra dritta: una professionista come te se la cava in ogni occasione”.

“Un momento difficile? E lo chiami momento, tu? Lo sai quando mi è arrivata l’ultima proposta?”.

“Saranno tre mesi fa… non è tanto”.

“No, i mesi sono cinque. Cinque. Mi spieghi come devo fare?”.

“Ho parlato con Gianni ieri”.

“Non lo voglio nemmeno sentire nominare, quello stronzo”.

“Dai, non dire così, avete sempre lavorato bene insieme”.

“Lavorato bene? Mi ha sfruttato, non fare finta che non sia così. Alla fine con lui ho fatto solo due film”.

“Non è vero, ne sono usciti quattro con la sua casa di produzione”.

“Ah, grazie, per come lavora ne poteva far uscire anche otto. Lo sai meglio di me che rimonta le scene e recupera materiale. Com’è che dice sempre? Dal girato non si butta via niente”.

“I soldi comunque ti sono arrivati”.

“Ci mancherebbe altro. Alla fine ho lavorato io, mica lui. E poi mi ha pagato talmente poco che non gli è costato molto darmeli”.

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La piscina

Nuovissimo racconto, ispirato a una storia vera, come direbbero i migliori promo su Canale 5. Buona lettura.

Felicetto, la moglie ha preso in gestione il chiosco che c’è alle piscine, dietro la chiesa di Santa Boboredda. Anna Rita si chiama. Io non è che lo conosco bene, Felicetto dico, ciao e ciao e la partita il giovedì, ma comunque ci ha invitato tutti e mi sembrava brutto non andare. Quando giochiamo, a me mi piace essere in squadra con lui, ma non perché è forte, no, più che altro perché non ce lo voglio avere contro, non si controlla bene, è falloso, tocca a mettersi i parastinchi quando è nell’altra squadra. È alto, grasso e con la faccia tutta rossa. Sembra che ha qualche malattia, di sicuro beve molto. Quando finiamo di giocare, invece del Gatorade o del Powerade, che a me mi piace quello blu, lui si beve subito un’Ichnusa da trentatré, senza nemmeno farsi la doccia. Poi si lava, accende una sigaretta e con calma beve una birra grande. Io a quel punto me ne torno a casa, non è che mi piace tanto stare a chiacchierare. Lui lo vedo che resta con Franco, Prosciuttino, Sambuca, a volte anche Tonio Ledidì, gli altri ce ne andiamo, ché il giorno dopo dobbiamo andare a lavorare e io, anche se mia moglie dice trattieniti pure per una birra, non c’è problema, preferisco andarmene, la conosco, mi fa le battutine quando rientro e non ho voglia di battibeccare.

Comunque, non pensate che mi scandalizzo per una birra o due bevute dopo la partita, l’ho fatto anche io, voglio dire, solo che non abbiamo più vent’anni, nemmeno trenta, e certe cose credo che bisogna farle nel tempo giusto, altrimenti dopo comincia a essere ridicolo. Contate che io sono il più giovane là in mezzo, ho trentacinque anni appena compiuti. Felicetto credo che ne abbia quarantasei o quarantasette, forse, era a scuola con mio cugino Giuseppe. Continua a leggere

La prova

Uno scrittore serio non dovrebbe mettersi a spiegare ciò che scrive. Ma io non sono uno scrittore, né tantomeno sono serio. Per cui: mi piace raccontare la Sardegna che conosco io, quella dove s’accabadora non esiste e la gente crepa di tumore, infarto, incidente, quando non direttamente morta ammazzata. Una Sardegna che attorno a Cagliari è solo periferia, cemento, sterpaglie, bottiglie di Ichnusa ai bordi delle strade, semafori che oscillano con il maestrale, capannoni abbandonati, muri di blocchetti con cocci di vetro in cima, cartelloni pubblicitari sbiaditi, prostitute, sale slot, macchine con il cofano di un altro colore, palazzi senza alberi, autolavaggi grandi sei ettari, campagna gialla e calda e bruciata, case di un piano con i pilastri che svettano sul secondo, femmine obese che si accompagnano a maschio alcolizzato, ragazzine precoci e ragazzini al minorile, volantini del Carrefour accartocciati in cunetta, siringhe nelle scale dietro il cimitero, fame, lavoro non pagato, ambulanti imbroglioni con il Fiorino scassato, sacchetto del Pampero appeso allo specchietto, senegalesi che parlano in sardo, sardi che non sanno parlare in italiano e nemmeno in sardo, badanti polacche che bevono vino in piazzetta, posacenere svuotati nei parcheggi, copertoni accatastati… e mi fermo qua, ma potrei andare avanti per ore, perché io questa Sardegna ho vissuto e soprattutto amato. Ché ad amare le spiagge, l’acqua trasparente, le montagne a picco sul mare, i nuraghi – i nuraghi! – sono buoni tutti. Ma se riuscirete ad amare un panino dai caddozzoni nel parcheggio del CIS, con una birra ghiacciata e per panorama un incrocio, solo allora potrete dire di amare la Sardegna. Nel frattempo, potete allenarvi con questo bellissimo racconto. Buona lettura.

Minca, alla fine Martina mi ha convinta. Provaci, ha detto, tanto cosa vuoi che succede? È vero, cioè, forse è un po’ una stronzata, però mi sa che è l’unico modo per capire che intenzioni ha Roby. Fa un sacco di discorsi, ha un mucchio di belle idee, però fino ad ora sono solo chiacchiere: sentiamo cosa dice quando lo metto alla prova, ché a parlare sono buoni tutti, ma quello che conta è la reazione quando una cosa succede davvero, non quando ne parli. Mi interessa capire, vedere la sua faccia, sentire la risposta, ecco. Cioè, io non è che mi voglio sposare, che cazzo, non ho nemmeno vent’anni, però siccome lui parla parla che sono la donna della sua vita, anche Martina me l’ha detto, fallo, mettilo alla prova. Secondo me lei pensa che a Roby gli piace soprattutto vantarsi, tanto già non me ne sono accorta delle facce che fa quando lui racconta qualcosa, però a me non mi costa niente farlo. Alla fine è solo curiosità, non cambia niente davvero. Cioè, molti pensano anche che porti sfiga fare cose del genere, siccome lo dico allora succede. Tipo quelli che si siedono in una sedia a rotelle e poi restano paralizzati, ma secondo me sono tutte cazzate. Io l’unica cosa che faccio è toccarmi una tetta quando passa il carro funebre, se è vuoto, ma non è che ci credo, più che altro lo faccio per abitudine. E comunque prendo la pillola, quindi col cazzo che anche se lo dico poi succede davvero. Minca, solo un bambino ci manca adesso. Continua a leggere

Giuseppe voleva andare al mare

Scrittori un pelino più quotati di me – senza dubbio più noiosi – sostengono che in Sardegna non ci sia il mare. Forse hanno ragione. Di sicuro ignorano la forza della fantasia, la potenza dell’immaginazione, l’energia della creatività, qualità indispensabili per trovare il mare anche laddove il mare non c’è.

Dopo Dieci euro e Mariolino, un nuovo fantastico racconto che abbandona i sentieri consueti delle storie d’amore per abbracciare i temi sempreverdi dell’infanzia e della prima adolescenza: Giuseppe voleva andare al mare.

Buona lettura.

 

Giuseppe voleva andare al mare. Aveva quattordici anni e non ci era mai andato, anche se il mare non era lontano: quando andava al belvedere, o saliva fino a Bruncu Tiria, riusciva a vederlo. A volte ci saliva apposta, di mattina presto, per guardare la Tirrenia che entrava nel porto di Cagliari, e se incontrava qualcuno raccontava che stava andando ad acchiappare uccellini. Continua a leggere

Mariolino

Un uomo, una donna, un cane. Una storia d’amore.

L’uomo non ha nome, la donna si chiama Marta e il cane si chiama Mariolino. È un melander pezzato nano e dà il nome al racconto.

Dopo lo strepitoso successo di Dieci euro, una nuova fantastica storia nata direttamente dal mio fervido spirito di osservazione e dalla mia immaginazione senza eguali.

Buona lettura. Continua a leggere

I difetti fondamentali

idf

Ho letto quattro racconti, l’ultimo a salti, il terzo anche. Non credo che ne leggerò altri, nonostante le mirabolanti promesse che campeggiano in copertina. L’arte del racconto al suo meglio. E vabbe’, lo so che non è colpa dell’autore, non decide lui cosa mettere in copertina, ma però a me mi danno una brutta sensazione lo stesso queste frasi. L’arte del racconto al suo meglio, insomma, e credo di averlo già detto, ma paroledel genere mi fanno pensare al mese di luglio, quando il Cagliari presenta Pablo Fernando Dettori Ibañez, detto Niño El Maciniño, introdotto dagli addetti ai lavori come il prototipo del calciatore moderno, una via di mezzo tra Beckenbauer, Figo e Beppe Baresi. Tempo tre mesi e il suddetto Niño viene mandato in prestito ai Leones de Sant’Agata – deve farsi le ossa, si dice –  e nessuno lo vedrà mai più. Continua a leggere