Le otto montagne

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Lamberto Dini è bruttissimo. Dice: sì, ma si veste bene. Porca puttana, brutto com’è ci mancherebbe altro che si vestisse male.
Paolo Hendel

Ognuno ha i maestri che si merita e io, sia detto senza falsa modestia, Paolo Hendel me lo merito tutto. Così, mentre leggevo Le otto montagne, riflettevo sul pensiero dell’istrione fiorentino e lo malleavo alla bisogna: che sia, questo libro, equivalente letterario del succitato dirigente d’azienda, economista e politico italiano (fonte: Wikipedia) dai lineamenti non così gradevoli ma che, tuttavia, indossa capi di pregevole fattura? Per rispondere a tale domanda, c’è bisogno di uscir di metafora e affrontare la vexata quaestio che tanto fa tribolare i critici più esperti: si può scrivere bene una brutta storia? E, specularmente, si può scrivere male un bel romanzo?

Partendo dalla fine, direi che la risposta all’ultima domanda non può che essere negativa. Continua a leggere

I migliori di noi

Volevo leggere questo libro per fare una bella stroncatura. Non lo leggo, però, e lo stronco lo stesso. Sulla fiducia

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Se volete un consiglio, non leggetelo nemmeno voi. Impiegate meglio il vostro tempo, ad esempio sfogliando una vecchia edizione del calendario di Luca Sardella e Janira Majello.

La scuola cattolica

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Signore e signori, non perdetevi questo capolavoro del trash italico, un libro stracultissimo che purtroppo i lettori sono molto meno degli spettatori, altrimenti sai che risate. Io, una mia pietra miliare è il librone di Marco Giusti sui film italiani stracult. Si va dai trashoni naziporno alle pellicole intelligenti, impegnate, filosofiche, sociologiche, super ragionate che, però, mancano clamorosamente l’obiettivo. Ecco, se fosse un film, La scuola cattolica non sarebbe di certo un naziporno, purtroppo per Edo, ma entrerebbe di diritto nel novero dei mattoni indigeribili con ambizioni altissime e risultati inversamente proporzionali alle suddette.
La scuola cattolica si poteva chiamare anche Il diario di Edo, che non ci sarebbero state differenze. Edo è un ragazzo molto intelligente, ma non come Arbus, che riflette su tutto. Sta sempre a elaborare teorie, a ricercare spiegazioni, a fare due palle così al lettore con le sue idee su come va il mondo, e nel frattempo racconta due-tre aneddoti da bancone del bar e sopra gli aneddoti ci costruisce un’altra teoria, e dalla teoria nasce un altro aneddoto, e così via: una teoria, un aneddoto, una teoria, per settecentomila pagine, senza nessun dato di fatto e soprattutto senza ridere mai. Mai. Anzi, una volta ho riso, quando dice:
Pronto, casa Beethoven?
No-no-no-nooo! (sull’aria della nona)

Da vero amante del trash, non posso rinnegare una battuta elementar-pierinesca. Ma torniamo al Diario di Edo. Edo va scuola al SLM, negli anni del DdC, le cui vittime sono RL e DC e io con tutte queste iniziali già mi perdo. A ciò si aggiungano le pagine scritte in corsivo, le elucubrazioni tra parentesi, le poesie buttate con nonchalance (prosa uguale al resto, ma andando a capo a caso) e la frittata è fatta: ma che è ‘sta robba? avrebbe detto Alberto Sordi, che forse non tutti se lo meritano.
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Purity

29450949Complimenti, davvero complimenti ad Andrea De Carlo per questo nuovo romanzo. Molto grande, molto romanzo, molto americano. Molto Grande Romanzo Americano, direi. Ve lo svelo subito: non è vero che si tratta di un romanzo di Andrea De Carlo, no, è di Jonathan Franzen. Sciocchini che non siete altro: Andrea De Carlo scrive mediocri romanzi italiani, Jonathan Franzen scrive il Grande Romanzo Americano. Di continuo e soprattutto consciamente. Lui si siede al tavolino e mica butta giù una storia, un dialogo, una cosa che gli è successa, no, lui compone il Grande Romanzo Americano. A furia di dirglielo, dev’essere che ha cominciato a crederci. E un sacco di gente appresso a lui. Salve, sono Jonathan Franzen e scrivo il Grande Romanzo Americano. E io invece sono Stefano e il Grande Romanzo Americano lo leggo, perché granderomanzoamericanamente parlando, non lascio nulla di intentato. Continua a leggere

La sposa giovane

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Io non ci ho capito niente. C’è la Sposa, lo Zio, il Padre, la Madre, la Famiglia, il Fratocugino e il Figlio. Ogni tanto si accoppiano tra di loro e si infilano la mano nel sesso. C’è pure Modesto. Vanno al bordello. Ci sono storpi e sordomuti. Mangiano colazioni, al plurale. Nel frattempo il narratore passa dalla terza alla prima e dalla prima alla terza, neanche fosse una vecchietta con la Panda. Si sentiva la puzza della frizione del mio cervello, a cercare di acchiappare il filo. Il discorso diretto c’è e non c’è, di certo non ci sono virgolette o caporali per aprire e chiudere. Spunta pure Baricco stesso, a un certo punto. E pare di vederlo, con il suo faccino vispo: toh, cretino, mi hai lasciato quindici euro per leggere ‘ste cazzate. Senza virgolette, ça va sans dire. Sì, il Baricco lo si vede proprio, fa capolino da ogni riga: mo’ ci sparo due idiozie, un parolone, una frase senza senso, una robetta che si appiccicano su Facebook, una locuzione che eccita i liceli e fa cacciare a mamma’ i millemila euro necessari per iscriverli alla mia Scuola Holden. Continua a leggere

Le palpebre, candide e lisce, prodigiosamente ancora impigliate all’infanzia

Vorrei iniziare a scrivere sul blog con la recensione di un capolavoro della letteratura contemporanea: Chirù, di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi nel 2015. Il testo è già apparso su Goodreads e su anobii, ma mi va di autocelebrarmi, per cui: rieccolo.

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Chirù che pensa se lo sapevo col piffero che facevo il protagonista di un romanzo.

Innumerevoli concetti si fanuccano raminghi nel mio io dopo una tale cordellata solitaria, e perciò stesso degna di attenzione, di acclusivi concetti editieri di sconfinata sentimentalizzazione reciproca.
Ahn?
Boh!
È che dopo aver letto tutto d’un fiato l’ultima fatica letteraria di Michela Murgia mi sento un genio della letteratura anche io – che vi credete? – e le parole difficili già esistenti per me non sono sufficienti, per cui ne invento di più difficili.

Com’è Chirù, allora? A caldo, e tuttavia dopo meditata riflessione, verrebbe da articolare un giudizio complesso, tale per cui possa essere espletato in apposita tazza di ceramica all’uopo progettata con riferimenti a comportamenti sopra le righe che talvolta esulano la normalità. ‘rca miseria, Michela Murgia mi ha contagiato e non riesco più a dire cagata pazzesca senza contorcermi con l’italiano. Si tenga tuttavia presente che tale definizione non vuole essere assolutamente lesiva dell’opera di genio della nostra scrittrice preferita, trattandosi solo e indubbiamente di citazione, alla quale rimando.

Ma vediamo di argomentare. Continua a leggere