La prova

Uno scrittore serio non dovrebbe mettersi a spiegare ciò che scrive. Ma io non sono uno scrittore, né tantomeno sono serio. Per cui: mi piace raccontare la Sardegna che conosco io, quella dove s’accabadora non esiste e la gente crepa di tumore, infarto, incidente, quando non direttamente morta ammazzata. Una Sardegna che attorno a Cagliari è solo periferia, cemento, sterpaglie, bottiglie di Ichnusa ai bordi delle strade, semafori che oscillano con il maestrale, capannoni abbandonati, muri di blocchetti con cocci di vetro in cima, cartelloni pubblicitari sbiaditi, prostitute, sale slot, macchine con il cofano di un altro colore, palazzi senza alberi, autolavaggi grandi sei ettari, campagna gialla e calda e bruciata, case di un piano con i pilastri che svettano sul secondo, femmine obese che si accompagnano a maschio alcolizzato, ragazzine precoci e ragazzini al minorile, volantini del Carrefour accartocciati in cunetta, siringhe nelle scale dietro il cimitero, fame, lavoro non pagato, ambulanti imbroglioni con il Fiorino scassato, sacchetto del Pampero appeso allo specchietto, senegalesi che parlano in sardo, sardi che non sanno parlare in italiano e nemmeno in sardo, badanti polacche che bevono vino in piazzetta, posacenere svuotati nei parcheggi, copertoni accatastati… e mi fermo qua, ma potrei andare avanti per ore, perché io questa Sardegna ho vissuto e soprattutto amato. Ché ad amare le spiagge, l’acqua trasparente, le montagne a picco sul mare, i nuraghi – i nuraghi! – sono buoni tutti. Ma se riuscirete ad amare un panino dai caddozzoni nel parcheggio del CIS, con una birra ghiacciata e per panorama un incrocio, solo allora potrete dire di amare la Sardegna. Nel frattempo, potete allenarvi con questo bellissimo racconto. Buona lettura.

Minca, alla fine Martina mi ha convinta. Provaci, ha detto, tanto cosa vuoi che succede? È vero, cioè, forse è un po’ una stronzata, però mi sa che è l’unico modo per capire che intenzioni ha Roby. Fa un sacco di discorsi, ha un mucchio di belle idee, però fino ad ora sono solo chiacchiere: sentiamo cosa dice quando lo metto alla prova, ché a parlare sono buoni tutti, ma quello che conta è la reazione quando una cosa succede davvero, non quando ne parli. Mi interessa capire, vedere la sua faccia, sentire la risposta, ecco. Cioè, io non è che mi voglio sposare, che cazzo, non ho nemmeno vent’anni, però siccome lui parla parla che sono la donna della sua vita, anche Martina me l’ha detto, fallo, mettilo alla prova. Secondo me lei pensa che a Roby gli piace soprattutto vantarsi, tanto già non me ne sono accorta delle facce che fa quando lui racconta qualcosa, però a me non mi costa niente farlo. Alla fine è solo curiosità, non cambia niente davvero. Cioè, molti pensano anche che porti sfiga fare cose del genere, siccome lo dico allora succede. Tipo quelli che si siedono in una sedia a rotelle e poi restano paralizzati, ma secondo me sono tutte cazzate. Io l’unica cosa che faccio è toccarmi una tetta quando passa il carro funebre, se è vuoto, ma non è che ci credo, più che altro lo faccio per abitudine. E comunque prendo la pillola, quindi col cazzo che anche se lo dico poi succede davvero. Minca, solo un bambino ci manca adesso. Continua a leggere

La teologia del cinghiale

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Poteva essere una schifezza – cannonau, banditi, morti e sequestri – e invece non lo è. Complimenti a Gesuino Némus per essersi saputo muovere con maestria sul filo del precipizio che separa un ottimo libro dalla buffonata mirtonuragica ad usum continentalis. Se ci penso, a freddo, è una storiella che ha tutti gli ingredienti per ribrezzarmi. E invece no. Quindi ancora più complimenti, soprattutto per il senso dell’ironia che pervade tutto il racconto. Lo leggeresti per ore, uno che scrive così. Io, quando lavoravo in pizzeria, c’era il pizzaiolo che raccontava mille storie. Sapeva di contare balle, io sapevo che le contava, ma però le contava meravigliosamente e quindi non me ne lasciavo sfuggire nemmeno una. Allo stesso modo Gesuino: scrive, racconta e sorride. E noi con lui. A proposito del pizzaiolo, mi è venuta voglia di andare a trovarlo, chissà come sta.

La rivoluzione di Michela Murgia

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La rivoluzione di…

“Che Guevara!”, diranno subito i miei piccoli lettori.

No, ragazzi, avete sbagliato. La rivoluzione di Michela Murgia, detta Kelledda.

Mi son ribattezzata Kelledda e, sì, se vuoi è un nome di battaglia, per me, ma anche per tanti altri. Indipendente e indipendentista, sì, nell’anima e con tutta me stessa. Magari è che Kelledda, io, lo ero da sempre, solo che non lo sapevo. è come aver fatto un cammino iniziatico, come nascere una seconda volta.

Chissà se ride, Michy, quando scrive queste cose. Anche perché, ‘sta genialata è subito, prime righe, bisognerebbe andarci cauti. Capace che uno legge queste cose e si ferma, mica tutti hanno uno stomaco forte come il mio. La rivoluzione di Michela Murgia. Suona tipo L’esegesi biblica di Lino Banfi. Comandaaante Kelledda Muuurgia (cantata come Comandante Che Guevara).

Però magari non è tutto merito suo. Il libro l’ha scritto un giornalista che si chiama Carlo Porcedda, in occasione della campagna elettorale per le elezioni regionali in Sardegna, anno di grazia 2014. Ecco, io adoro i giornalisti dalla schiena dritta che fanno le pulci ai candidati, li mettono sotto, non lasciano niente di intentato.  Con frasi come questa: Continua a leggere