La piscina

Nuovissimo racconto, ispirato a una storia vera, come direbbero i migliori promo su Canale 5. Buona lettura.

Felicetto, la moglie ha preso in gestione il chiosco che c’è alle piscine, dietro la chiesa di Santa Boboredda. Anna Rita si chiama. Io non è che lo conosco bene, Felicetto dico, ciao e ciao e la partita il giovedì, ma comunque ci ha invitato tutti e mi sembrava brutto non andare. Quando giochiamo, a me mi piace essere in squadra con lui, ma non perché è forte, no, più che altro perché non ce lo voglio avere contro, non si controlla bene, è falloso, tocca a mettersi i parastinchi quando è nell’altra squadra. È alto, grasso e con la faccia tutta rossa. Sembra che ha qualche malattia, di sicuro beve molto. Quando finiamo di giocare, invece del Gatorade o del Powerade, che a me mi piace quello blu, lui si beve subito un’Ichnusa da trentatré, senza nemmeno farsi la doccia. Poi si lava, accende una sigaretta e con calma beve una birra grande. Io a quel punto me ne torno a casa, non è che mi piace tanto stare a chiacchierare. Lui lo vedo che resta con Franco, Prosciuttino, Sambuca, a volte anche Tonio Ledidì, gli altri ce ne andiamo, ché il giorno dopo dobbiamo andare a lavorare e io, anche se mia moglie dice trattieniti pure per una birra, non c’è problema, preferisco andarmene, la conosco, mi fa le battutine quando rientro e non ho voglia di battibeccare.

Comunque, non pensate che mi scandalizzo per una birra o due bevute dopo la partita, l’ho fatto anche io, voglio dire, solo che non abbiamo più vent’anni, nemmeno trenta, e certe cose credo che bisogna farle nel tempo giusto, altrimenti dopo comincia a essere ridicolo. Contate che io sono il più giovane là in mezzo, ho trentacinque anni appena compiuti. Felicetto credo che ne abbia quarantasei o quarantasette, forse, era a scuola con mio cugino Giuseppe. Continua a leggere

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Premio Calvino

Intanto – e lo dico sommessamente e senza polemica – non credo che Philip Roth sia mai stato segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino. Io invece sì.

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Ma dove lo trovate un altro che fa un eccellente tour de force linguistico, variato sistematicamente sulla trivialità? Secondo me Alessandro D’Avenia magari il tour de force linguistico lo fa anche, ma lo vorrei proprio vedere a variare sistematicamente sulla trivialità, tsk.

Comunque, il romanzo è questo: La banda dello Zingaro. È davvero molto bello. Ci sono persino due o tre parolacce che non conoscete.

 

La prova

Uno scrittore serio non dovrebbe mettersi a spiegare ciò che scrive. Ma io non sono uno scrittore, né tantomeno sono serio. Per cui: mi piace raccontare la Sardegna che conosco io, quella dove s’accabadora non esiste e la gente crepa di tumore, infarto, incidente, quando non direttamente morta ammazzata. Una Sardegna che attorno a Cagliari è solo periferia, cemento, sterpaglie, bottiglie di Ichnusa ai bordi delle strade, semafori che oscillano con il maestrale, capannoni abbandonati, muri di blocchetti con cocci di vetro in cima, cartelloni pubblicitari sbiaditi, prostitute, sale slot, macchine con il cofano di un altro colore, palazzi senza alberi, autolavaggi grandi sei ettari, campagna gialla e calda e bruciata, case di un piano con i pilastri che svettano sul secondo, femmine obese che si accompagnano a maschio alcolizzato, ragazzine precoci e ragazzini al minorile, volantini del Carrefour accartocciati in cunetta, siringhe nelle scale dietro il cimitero, fame, lavoro non pagato, ambulanti imbroglioni con il Fiorino scassato, sacchetto del Pampero appeso allo specchietto, senegalesi che parlano in sardo, sardi che non sanno parlare in italiano e nemmeno in sardo, badanti polacche che bevono vino in piazzetta, posacenere svuotati nei parcheggi, copertoni accatastati… e mi fermo qua, ma potrei andare avanti per ore, perché io questa Sardegna ho vissuto e soprattutto amato. Ché ad amare le spiagge, l’acqua trasparente, le montagne a picco sul mare, i nuraghi – i nuraghi! – sono buoni tutti. Ma se riuscirete ad amare un panino dai caddozzoni nel parcheggio del CIS, con una birra ghiacciata e per panorama un incrocio, solo allora potrete dire di amare la Sardegna. Nel frattempo, potete allenarvi con questo bellissimo racconto. Buona lettura.

Minca, alla fine Martina mi ha convinta. Provaci, ha detto, tanto cosa vuoi che succede? È vero, cioè, forse è un po’ una stronzata, però mi sa che è l’unico modo per capire che intenzioni ha Roby. Fa un sacco di discorsi, ha un mucchio di belle idee, però fino ad ora sono solo chiacchiere: sentiamo cosa dice quando lo metto alla prova, ché a parlare sono buoni tutti, ma quello che conta è la reazione quando una cosa succede davvero, non quando ne parli. Mi interessa capire, vedere la sua faccia, sentire la risposta, ecco. Cioè, io non è che mi voglio sposare, che cazzo, non ho nemmeno vent’anni, però siccome lui parla parla che sono la donna della sua vita, anche Martina me l’ha detto, fallo, mettilo alla prova. Secondo me lei pensa che a Roby gli piace soprattutto vantarsi, tanto già non me ne sono accorta delle facce che fa quando lui racconta qualcosa, però a me non mi costa niente farlo. Alla fine è solo curiosità, non cambia niente davvero. Cioè, molti pensano anche che porti sfiga fare cose del genere, siccome lo dico allora succede. Tipo quelli che si siedono in una sedia a rotelle e poi restano paralizzati, ma secondo me sono tutte cazzate. Io l’unica cosa che faccio è toccarmi una tetta quando passa il carro funebre, se è vuoto, ma non è che ci credo, più che altro lo faccio per abitudine. E comunque prendo la pillola, quindi col cazzo che anche se lo dico poi succede davvero. Minca, solo un bambino ci manca adesso. Continua a leggere

La banda dello Zingaro – Secondo estratto

In anteprima per voi, miei appassionati lettori, il secondo estratto del mio nuovo fantastico romanzo schifoso. Roba che spaccherete le vetrine delle librerie, per avercelo tutto.

candele

Si avvicina il momento topico e mi sento rilassato: il piano fila che una meraviglia. Bambino e Calimero sono dalla mia parte, contenti di essere coinvolti nell’iniziativa che ci cambierà la vita. Cioè, a me la cambierà di certo, mentre loro potranno accontentarsi di un miglioramento. Che, partendo dalla merda in cui giacciono, non è un risultato da buttare via. Solo un piccolo tarlo mi ronza attorno all’uccello, e quel tarlo si chiama Mio Cugino Trainspotting. Fortuna che in tasca ho qualche grammo di quella merda sottratta al pennuto nero e tre bonbon che ho appena acquistato a fido da Michele Sammer: se il drogato tentenna, so io come convincerlo.

Guardo il palazzone dove abita il tossico, non vedo movimenti nel balconcino del cazzo, né mi pare di scorgerne all’interno. Niente di strano, l’ho trovato tante di quelle volte accasciato sul letto che mi sorprenderei di più se lo vedessi affacciato alla finestra. Salgo le scale accompagnato dal consueto odore di piscio misto a minestrone, così tipico di questa merda di quartiere. Sul pianerottolo ci sono quattro bambini denutriti che mi si attaccano ai pantaloni.

“Ci dai una caramella?”, mi dice lo stronzetto che ha tutta l’aria di essere il capo.

Io non ho caramelle, non sono mica un pedofilo del cazzo. Mi frugo le tasche e mostro le mani vuote, a dimostrare che non possiedo nulla davvero.

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