Gente che corre

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Ormai è da un po’ che vado a correre. Avendo la soglia del ridicolo molto bassa, fatico più a definirmi runner che a percorrere venti chilometri senza fermarmi mai. Qualche tempo fa avrei preso per matto chi si fosse messo a correre senza nessuno armato di coltello alle calcagna, adesso invece leggo persino la sezione Running della Gazzetta.

Ho corso a tutte le ore, con il ghiaccio, la pioggia, la neve, il sole, il vento, meno sette e più trentotto, in campagna, in città, sugli argini, tra i campi, mandando a quel paese automobilisti che sfrecciano a ottomila all’ora in una stradina larga due metri, e venendo insultato dai cacciatori che aspettano il leprotto, poveretti, e io li disturbo con i miei agili balzi.

Ho temuto una scrofa con prole; sono stato assalito da cani neonazisti; ho incrociato un asino che mi ha guardato incuriosito, una mattina che stava appena sorgendo il sole, chiedendosi chi, tra me che arrancavo e lui che ruminava docile, fosse il somaro; sono affondato nel limo del Reno, scivolato sulla rampa della Coop, caduto nel canale dietro casa; ho visto una ragazza infilarsi l’ago di una siringa nel braccio, dietro un casolare mezzo crollato; e nello stesso casolare ho visto ragazzini fumare le prime canne; ho visto pensionati portare a spasso il cane e fotografi della domenica immortalare i girasoli, come se Van Gogh fosse passato invano sulla terra.

Ho visto un sacco di cose, ecco, ma niente vale lo spettacolo dei colleghi runner o aspiranti tali che allietano le mie corse. Continua a leggere

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